agosto settembre 2020

Podio del Contest di ottobre

 

Maura Orsucci, la bookblogger di Tantilibriecaffé, nonché editor per diverse case editrici ha emesso il suo verdetto. Ecco il suo podio di ottobre

 

1° classificato: 18 novembre 1978 di Luisa Di Toma

Racconto pienamente in traccia, molto convincente. Qualche lettore più fragile potrà trarre da questo racconto una nuova consapevolezza.
Non credete a quelle persone che vi proporranno il paradiso. La pace e la forza la potrai trovare soltanto dentro te stesso.
“Grida al mondo, tu che puoi, le mie parole, perché altri come me non credano a quelli come Jones.”

 

Intervista alla nostra prima vincitore, la Breve Scrittrice Felice di ottobre: Luisa Di Toma

Picasso diceva: “Ci vuole una vita intera per diventare bambini.”.
La nostra Luisa ci è riuscita. Ogni storia, reale o inventata, vive dentro al suo prisma colorato, un flusso di sensazioni, sogni e pensieri liberi che si riversano sul foglio bianco e si fanno compagnia, si danno forza.
Chi l’ha detto che il mondo delle parole scritte sia intangibile, lontano; per Luisa scrivere è mettere al mondo un cucciolo di pensiero, prendersene cura, guardarlo fare le fusa o tremare di paura. Lei ci crede e tu non puoi non credere a lei che crede in lui. Che sia per un attimo o per sempre non ha importanza.
“Di solito ogni volta che ricevo la traccia per un nuovo racconto​ di​ BSF rimango​ lì a guardarla pensando: “E ora che cosa scrivo? Stavolta però non mi era sembrata così difficile. Ho molta fantasia e ho subito pensato di scrivere una storia di streghe e magia.​ Purtroppo o per fortuna, tutto quello​ che mi veniva in mente mi sembrava piuttosto banale. Era passata più​ di una settimana e ancora nessuna idea​ mi soddisfaceva.
Poi, una sera, mentre guardavo un film in spagnolo, senza sottotitoli,​ e senza capirci niente​, mi è tornata in mente la terribile strage di una setta di tanti anni fa. Ero molto giovane e quella bruttissima storia mi aveva colpito nel profondo.
Avevo trovato lo spunto, ma come svilupparlo?
Mi sono detta: “Luisa, comincia dalla data di quel terribile giorno…”. Il resto è venuto da sé. Ed è stato quasi un viaggio catartico in nome della protagonista.
Qui a Gran Canaria, dove ho deciso di svernare,​ non ho il PC. Ho iniziato a scrivere sul retro della​ carta d’imbarco​ della Ryanair, poi su quello della bolletta dell’elettricità,​ infine sulla grande busta che conteneva il rogito.​ Per fortuna sono richieste al massimo 750 parole, altrimenti avrei dovuto cominciare a scrivere sulle ricevute del supermercato.
La penna andava veloce sui fogli cercando di stare al passo con i miei pensieri. Sono molto visiva, i miei racconti sono il tentativo di descrivere con parole quello che vedo nella mente.
Scrivere col PC è​ certamente molto pratico ma, credetemi, scrivere a mano è stato​ fantastico. Vedere le parole formarsi sul foglio bianco con la mia tonda calligrafia è​ stato molto, molto rilassante.
Purtroppo, quasi alla fine del racconto si è​ esaurito l’inchiostro nella biro. Disperata ho continuato a scrivere con la piccola matita dell’Ikea​ che ho trovato nella tasca di una borsetta.
Ma quelle matite sono adatte giusto per scrivere il nome svedese di un tavolo, niente di più.​
La fine del racconto, forse per colpa della matita, proprio non mi soddisfaceva, ma era già l’una e mezza di notte, dovevo riunire tutti quei pezzi di carta. Word sul cellulare non funzionava. Ho trascritto il racconto su una email che ho poi inviato alla mia amica Anna Maria in modo da salvarlo. Il giorno dopo l’ho stampato per correggerlo e aggiustarlo.
È volata via un’altra serata per sistemarlo. Lauro, il mio critico personale, era in viaggio senza il suo PC e usa raramente whatsapp.​ Ho aspettato con ansia di poterglielo mostrare. Fortunatamente il suo giudizio è arrivato in tempo: ”È molto bello. Brava. Spediscilo!”.
Come dare torto a Lauro, e come non aver voglia di scrivere a mano e di pulsare di fantasia e vita come Luisa.

 

18 novembre 1978 di Luisa Di Toma

Il mio nome?​ Poco importa. Importano i fatti, i numeri, la storia, i dettagli di ciò che successe quel giorno.
Tempio del popolo, Jonestown (Guyana).
909 morti in un suicidio collettivo.
Era il 18 novembre 1978
Ti ricorda qualcosa questa data?
I giovani forse non sanno. I vecchi, forse,​ ricordano.
Tu che puoi sentirmi, ricordi questa data?
Vedo che scrivi, allora scrivi per me la mia storia.
Io sono una dei 909, morta avvelenata.
Ti racconterò quel ch’è successo quel giorno e come mai io ero lì.
Ero sposata da quattordici anni e ancora nessun figlio. Avevo provato tutto ciò che la scienza poteva offrirmi. Poi mi ero rivolta alla religione. Pellegrinaggi a Lourdes, a Fatima, alla Vergine di Guadalupe. Avevo pregato con tutto il cuore, fatto offerte, sacrifici.​ Nulla.
A quarant’anni ormai avevo abbandonato il sogno di diventare madre.
Poi qualcuno mi parlò di Lui,​ del pastore Jim Jones e​ del suo villaggio/paradiso nella Guyana, ma soprattutto dei miracoli che faceva.
Convinsi mio marito e insieme andammo a Jonestown per incontrarlo.
Ne fui stregata. La sua voce, le sue parole mi incantarono. Mi rassicurò. Mi disse che sarebbe andato tutto bene. Che dovevo mettermi nelle sue mani, nelle mani di Cristo.
Vendemmo casa e macchina e ci trasferimmo al Tempio del popolo. I soldi li donammo alla comunità.
Undici mesi dopo diedi alla luce due meravigliosi bambini.
Ero felice. Non importava quanto fosse duro il lavoro nei campi, quello che facevo era per il bene della comunità e la comunità eravamo anch’io e la mia famiglia.
Adoravo il pastore, avrei fatto qualsiasi cosa lui mi avesse chiesto.
Non mi accorsi del malcontento di alcuni membri della congregazione finché non me ne parlò mio marito. Disse che il pastore era un pazzo, un fanatico e probabilmente anche un criminale.
Ero inorridita. Come poteva dire questo. Dovevamo tutto a Jones. I nostri figli, la nostra felicità.
Quando mi parlò di fuga lo denunciai.
Lo vennero a prendere di notte. Non lo vidi più. Non me ne importò, era un irriconoscente traditore, voleva rovinare la nostra vita perfetta.
La mia fedeltà fu premiata. Mi diedero un lavoro più leggero e più bello. Guardiana dei piccoli. Così potevo stare vicino ai miei adorati gemelli.
E venne il giorno della visita del deputato Ryan. Cercavano prove per poter trascinare Jones davanti al tribunale americano per truffa.
Alcuni adepti approfittarono di questa visita per poter scappare dal tempio.
Il paradiso si trasformò in inferno.
Il pastore Jim era folle di rabbia. Si parlò di morti all’aeroporto.
Il giorno dopo ci radunarono e ci fece un lungo discorso.
Piangevo a quelle parole che mi straziavano il cuore.
Perché? Perché avrei dovuto morire. Perché​ dovevo far morire le creature alle quali avevo dato la vita.
Lui parlava, ma la sua voce non aveva più la magia che mi aveva sempre incantato.
Era un diavolo che parlava di morte.
Oh, scrivi, tu che puoi. A te che mi ascolti confesso il mio peccato, quanto il mio​ egoismo​ mi aveva reso cieca.
La verità mi colpì ferocemente ma troppo tardi.
Cercai di scappare coi miei bambini, come tanti altri. Ce lo impedirono.
Puoi tu immaginare lo strazio nel vedere l’agonia dei disgraziati che prendevano​ quella bevanda infernale?
Sento ancora nelle orecchie le loro urla e i loro gemiti.
Eppure c’era chi si metteva in fila e lo beveva volontariamente, tanto era il potere che quel diavolo aveva su di loro, il potere che aveva avuto su di me.
Mi dibattei con tutte le mie forze cercando di proteggere me stessa e le mie creature. Me lo dovettero gettare addosso, inzupparmi i vestiti con quell’intruglio velenoso affinché la mia pelle lo assorbisse. La mia agonia fu ancora più lunga.
Da allora vago nel nulla senza trovare pace.
Voglio incontrare l’anima di Jones. Voglio sapere perché questa cosa è accaduta.
Starà vagando anche lui chiedendo perdono o sarà precipitato all’inferno ancora convinto di essere il Cristo?
Non cerco vendetta, solo conforto. Trovare la forza di perdonare non solo lui, soprattutto me stessa.
La mia anima è prigioniera della mia stessa colpa.
Parlo a quelli come te che possono sentirmi e porto la mia testimonianza.
Grida al mondo, tu che puoi,​ le mie parole, perché altri come me non credano a quelli come Jones.

 

 

2° classificato: La Società degli Scrittori Falliti di Pietro Scala

Mi è piaciuto molto il tema sviluppato sulla scrittura. Temi profondi vengono toccati: il disfattismo, l’autocommiserazione e l’ansia.
Un progetto fallimentare al quale lo scrittore protagonista del racconto opporrà resistenza… Ma la sua decisione sarà definitiva o verrà anche lui inglobato dal sistema?

 

 

Intervista alla Secondo Classificato del contest di ottobre: Pietro Scala

Il racconto di Pietro ha lasciato l’intera redazione in silenzio. E non è una cosa che capita spesso.
Quando le parole vibrano di tale autenticità si smette di leggere, si prova, in gergo letterario, “un’emozione estetica”, quell’attimo raro e prezioso in cui la nostra sfera emotiva e quella razionale, normalmente opposte, coincidono alla perfezione e si stringono in un abbraccio danzante.
È un racconto dentro al racconto, di uno scrittore che esce da se stesso e si guarda da fuori e spiega al mondo ciò che si prova quando ci si misura con la grandezza letteraria e si perde.
È una storia così ambiziosa da racchiudere in 695 parole che meritava il podio anche solo per quello; averla fatta funzionare dalla prima riga all’ultima è invece una stigmate indelebile di passione, talento e tecnica.
“Scrivo da 50 anni, da quando ho fatto il primo tema a scuola e ho capito che era quello che volevo fare per il resto della mia vita. Scrivere. Semplicemente scrivere. A mano, a macchina, sul computer, non è importante. Non sono mai riuscito a farla diventare una professione, ma mi prendo la metà esatta dei meriti e delle colpe.”.
Pietro ha 64 anni, e da 34 fa l’avvocato; non è un lavoro che gli dispiace, anzi, gli ha riempito la vita di soddisfazione, di stress e di libertà.
“Avessi insistito nell’impresa titanica di diventare scrittore, adesso non avrei una moglie, due meravigliosi figli e una vita piena di ricordi…”.
Tentenna, anche se la voce non tradisce emozione.
“Eppure non passa giorno in cui non mi senta un po’ in colpa con me stesso. In cui non mi chieda cosa avrebbe potuto essere. Poi mi siedo a tavola e mi passa.”.
Pietro ha ragione: gli scrittori dentro, tutti loro, tutti quanti gli scrittori nati, sono una setta, ma non di falliti, bensì di incompresi, perché se non l’hai mai provata quell’ebrezza lì da foglio bianco e poi nero e poi accartocciato e poi ripreso e poi inviato, è pressoché impossibile che tu capisca.
La nostra medaglia d’argento di ottobre ha così tanto amore per le parole scritte da aver provato a spiegarlo al mondo con un breve racconto felice, e noi gliene saremo per sempre grati.
Pietro legge di tutto, dai gialli, soprattutto legal per deformazione professionale, ai grandi classici, passando per alcuna letteratura americana “minore” che lui reputa indispensabile quanto l’aria che respiriamo.
Le Correzioni di Jonathan Franzen, tutto ciò che Michael Chabon abbia battuto su una tastiera, compresa la lista della spesa, Lincoln nel Bardo di George Saunders dovrebbero essere letture obbligatorie per ogni aspirante scrittore, al pari dell’antitetanica. Il Padrino diceva: abbandona la pistola e imbraccia il cannolo, io dico a tutte le penne felici di leggere quei libri per capire a che punto nella scala dell’evoluzione letteraria si collocano. Io sono al mesozoico, ma in fondo scrivo solo da 53 anni.”.
Ci ha conosciuti grazie ad una cara amica, preoccupata per lui perché era da troppo tempo che non scriveva.
“Quattro mesi. Lo hiatus più lungo da quando ho 11 anni. L’ultimo romanzo che ho inviato a tutte le principali case editrici è caduto nell’ennesimo vuoto sordido della non risposta. Credevo di avere ormai la scorza dura, ma invece è impressionante quanto faccia ogni volta ancora più male. Scrivere è l’unica cosa a cui non ci si abitua mai, l’unico numero primo dell’esperienza umana. Ruota tutto attorno a te e a quello che gli altri percepiscono di te. E allo stesso tempo ti sembra di non poter controllare niente, di essere vittima e carnefice del tuo stesso destino.”.
Amen. 

La Società degli Scrittori Falliti di Pietro Scala

Non avevo mai avuto successo. Tre libri pubblicati che avevano venduto poche copie, altrettanti tomi che non avevano mai visto la pubblicazione e un pessimismo cronico ereditato sotto pelle in cambio della gloria.
Quando mi contattarono, mi sembrò un progetto fallimentare.
“Ti andrebbe di unirti ad un gruppo anonimo di scrittori falliti? Siamo già 2 milioni. Se ognuno di noi comprasse il tuo libro potresti finalmente vedere il tuo sogno avverato…”
“Ma a quel punto dovrei abbandonare il gruppo, mentre io non sono uno che volta le spalle alle cause perse. Mi piace crogiolarmi nell’insuccesso. E poi mi mancherebbero tutti i miei punti di riferimento. L’ansia, il disfattismo, l’autocommiserazione. Come farei a vivere senza di loro?”
Non seppero cosa dire. Molti scrittori sono totalmente privi di autoironia; tra i falliti, tra l’altro, la percentuale si impenna attorno all’80%.
“Non deve rispondere subito. Ci pensi sopra Signor Penné.”
Attaccai. E una cosa accadde contro ogni mia ritrosia. Fui assalito da una voglia prepotente di scrivere, anche se erano mesi che ormai non mi cimentavo più.
Non sapevo di cosa avrei scritto, ma provai quel brivido che solo il foglio bianco riesce a dare: l’unico appuntamento al buio del nostro io interiore con le nostre verità nascoste, con i nostri segreti, i nostri sogni e tutti i nostri non detti. A un certo punto si siede al tavolo la grandezza e ti dà un voto.
Capite perché scrivere non è per tutti? Capite perché è più facile scrivere da giovani?
Perché a 40 anni nessuno vuole ancora sopportare un voto, nessuno accetta di buon grado che tutto ciò che ha fatto, provato o raggiunto sia ridotto ad un numero striminzito.
Comunque mi scaraventai sulla tastiera come se avessi avuto fame da giorni. Scrissi per giorni, ogni sera dopo il lavoro, ogni mattina presto prima di uscire di casa, in ogni intervallo. Man mano diventava più facile, man mano il piacere della rilettura era il miglior bacio alla notte.
Mi ricontattarono sei mesi dopo.
“Allora Signor Penné, sempre dell’idea di non aderire alla nostra iniziativa segreta? Sa che nel mentre siamo diventati 2 milioni 457mila?”
“Addirittura…”
“Sta scrivendo Signor Penné?”
“A dire il vero sì. Sto lavorando a un libro nuovo. Qualcosa che non avevo mai scritto. È la storia di un prete che si autoscomunica. Sono al capitolo finale, ma non ho ancora deciso cosa farà il protagonista.”
“Ottimo, Signor Penné. Pensi che ne potrebbe vendere 2.457.000 copie.”
Poi attaccarono loro, questa volta. Lasciandomi nel panico.
Potevano essere ciarlatani, potevano essere una società di disadattati a cui non volevo appartenere, il fallimento è qualcosa di nobile, qualcosa da sfoggiare a testa alta, “mi sono battuto nell’arena dei tori, con la sola forza delle mie mani e del mio intuito, e hanno vinto loro. Alzi la mano chi ha avuto il mio coraggio”.
Due notti dopo mi folgorò l’idea di un finale. Mi alzai dal letto e aprii il computer, se fosse stata anche la mia ultima notte da scrittore volevo ricordarmela per sempre.
Andai al lavoro al ritardo, a piedi, perché la metropolitana non è fatta per le celebrazioni, nessuna marcia di trionfo fa un tratto sulla rossa. Bisogna andare a piedi, sentire il vento sulla faccia, il cuore che pompa sensazioni eterne, gli occhi che si riempiono del tutto.
Suonò il telefono un anno esatto dopo la prima chiamata, quando ormai credevo di aver buttato alle ortiche ogni possibilità di un nuovo brivido.
“Signor Penné, indovini? Siamo a 3 milioni e 232mila.”
“Ci sto.”
“A cosa Signor Penné?”
“Sono dei vostri, voglio che 3 milioni e 232mila persone conoscano il mio prete autoscomunicato.”
“Quello non glielo possiamo garantire. Noi garantiamo solo che comprino il suo libro. Non è detto che lo leggano. Ogni membro ha l’unico obbligo associativo di acquistare una copia del libro di un nuovo associato al prezzo simbolico di un centesimo. Noi non garantiamo la gloria, garantiamo la visibilità a tutti. Il resto è nelle vostre mani.”
Pensai che avrei potuto dire agli amici che avevo venduto 3 milioni e 232mila copie del mio ultimo libro. Fu il primo e pulsante pensiero che annullava tutti gli altri.
“Ci sto. Sono ufficialmente uno scrittore fallito.”

 

 

3° classificato: The Blind Date Project di Emi-Strilla

In un futuro veramente prossimo è ambientato questo racconto distopico.
In una Manhattan quasi abbandonata e sorvegliata dal sistema, la storia toccante di due giovani che credono ancora nei valori, come l’amore e la vicinanza.
Riusciranno a sovvertire il Quartier Generale del Blind Date Project?

Intervista al Terzo Classificato del contest di ottobre: Emi-Strilla

Emiliano voleva fare il rapper, ma poi ha cambiato idea.
“Lo fanno tutti e non avevo sto grande talento per la musica, più che altro adoravo dire qualcosa e farlo con stile. Il mio stile.”.
Scriveva bigliettini alle ragazze che gli piacevano, “niente di sdolcinato, erano più dei ritratti fatti a parole, perché non li so fare con il disegno”, e pensieri su pezzi di carta volanti. Se li ricordava a memoria, per mesi, fino a quando se li dimenticava per sempre.
“Voleva dire che era arrivato il momento di passare a pensieri nuovi. Non mi interessa l’eternità, mi interessa l’attimo.”.
“Questa l’abbiamo già sentita, da Kurt Cobain a Jim Morrison.”.
Lo abbiamo fatto ridere, il che ci pare già un mezzo traguardo. Emiliano non solo verga racconti con un retrogusto dolce di nostalgia e innocenza perduta, ne è completamente impregnato. Ha una mente punk imprigionata in un essere umano di confine, quelli che fissano l’orizzonte delle cose per deformazione.
Studia Lettere e filosofia alla Sapienza di Roma, non per diventare scrittore, o insegnante, o filosofo, “perché tanto non so neppure se ci arrivo all’anno prossimo”, ma perché riesce a fare solo le cose che gli piacciono, le altre le abbandona.
Lo dice, ma noi non gli crediamo, Emi-Strilla ha una tale voglia di esistere che temiamo abbia iniziato a scrivere brevi racconti felici perché una vita sola non gli basta.
“Vi ho visto su Instagram e mi sono fermato a leggere qualche racconto. Mi sondo detto: posso provarci anch’io, sembra intrigante, diverso. Ad agosto mi annoiavo a morte e ho buttato giù NERO SU BIANCO. Possibilmente lo trovo un racconto migliore di quello di questo mese. L’ultimo era solo più canonico, la classica storia distopica ambientata in una New York a metà tra Batman e Arancia Meccanica. La speranza bagnata di Blade Runner in sottofondo.”.
Non avremmo potuto delinearlo meglio il suo racconto vincitore; quello su cui puntiamo il dito noi è che entrambi i suoi scritti hanno l’amore puro di due giovani al centro, contrapposto ad un mondo freddo o spietato che esige una ribellione pacifica, intima, a due.
“Boh, forse perché ho 21 anni anch’io e mi viene naturale scrivere di ciò che conosco. Non è forse la prima regola? Scrivi di ciò che sai…”.
Lo mettiamo in guardia.
“Al principio è così, hai ragione, ma poi tocca fare l’esatto opposto, tocca gettarsi nell’ignoto per uscire dall’altra parte scrittori. Altrimenti non si scrive davvero, si passa la vita a riscrivere una sola storia in centomila modi diversi.”.
Emiliano non parla molto, ma ascolta, prende nota, emette le sue sentenze, come i protagonisti dei due racconti che ha scritto per Breve Storia Felice, che sanno distinguere il bene dal male, ma non sono interessati a dividere il mondo in giusti o sbagliati.
“Sai che il tuo NERO SU BIANCO è quasi finito nelle menzioni? L’artificio letterario dei foglietti scritti a mano ci ha conquistato, rende il racconto memorabile. Lo stampatello mette il lettore con le spalle al muro, valica i ruoli. Come nei film di Charlie Chaplin, in cui non conta più se la storia ci piace, conta chi siamo noi in quella storia e cosa facciamo per renderla a lieto fine.”.
Emiliano ci ringrazia, ma è scocciato, ammette di essere passato ad un racconto più canonico per finire sul podio, per darci quello che volevamo.
Quello che Emi-Strilla non sa ancora – perché a 20 anni non è dato saperlo – è che le corone, anche le più piccole e le meno preziose, vanno sempre calzate nel miglior modo possibile.

 

The Blind Date Project di Emi-Strilla

O voi che entrate, lasciate ogni speranza.
New York era degenerata a covo di single impuniti senza alcuna ambizione di vita di coppia, non era accaduto nel giro di una notte, ci erano voluti impercettibili ma costanti momenti di perdizione fino alla metamorfosi completa: ecco a voi la Sodoma e Gomorra del 2025.
Le famiglie avevano abbandonato Manhattan, gli anziani non uscivano di casa dopo le 18, ogni locale notturno, ogni ristorante, ogni tavola calda operava attraverso gli appuntamenti al buio, e chi aveva voglia di frequentarsi ancora, di innamorarsi al posto di fornicare, era ostracizzato dal sistema.
Le nostre vite erano sui social, sulle app di incontri, una continua fuga da noi stessi pur di non essere nel mondo reale, dove tutto fa più male; poi al calar del sole il richiamo della carne veniva sopito al bancone, con il “match” che l’algoritmo di The Blind Date Project aveva individuato per te quella sera, una battaglia navale senza morti ma che lasciava orde di feriti sentimentali per strada.
Dietro al Sistema BDP si nascondeva uno degli uomini più ricchi del pianeta, aveva accumulato una fortuna con il porno prima e con i contraccettivi di ultima generazione dopo. Si narrava che abitasse nella Spirale, il   grattacielo ritorto con tre boschi verticali di cui occupava gli ultimi 3 piani.
Si narrava fosse diventato impotente dopo aver abusato di droga e Viagra; The Blind Date Project era stata la sua vendetta privata sul destino.
Se lui non poteva più scopare, il resto del mondo doveva finire per detestarne la pratica.
La incontrai per caso, non ad un appuntamento al buio. Era seduta al tavolo accanto al mio e il suo “match” per la sera le disse di sfilarsi le mutande e passargliele sotto al tavolo. Lei finse di sfilarsi qualcosa e invece gli spruzzò sulla mano uno spray urticante. Scappò fuori su un paio di tacchi vertiginosi e io non fui capace di non seguirla.
“Vuoi venire al cinema con me domani?”
“Non ci sono più i cinema, pivello. Prima volta a New York?”
“Tu fatti trovare all’angolo tra Fulton e Gold Street domani a mezzanotte.”.
Mi ero dileguato tra la nebbia dei tombini sentendomi l’unico santo in tutta Manhattan.
Si presentò nascosta dal cappuccio nero di una felpa di tre taglie più grande. L’amavo già anche solo per quello, per la fiducia che ancora possedeva e che nessuno a New York riponeva più negli esseri umani. Ci inoltrammo nel buio di Delury Square senza guardarci, uno accanto all’altra, il rumore dei nostri passi sulle foglie cadute il nostro canto del cigno. Quando la luce della luna le incorniciò il volto, allungai la mano e lei la prese, non provavo un’emozione così forte da tre anni.
“Vieni, dobbiamo scendere lì sotto.”
Il nostro cinema l’avevamo costruito con vecchie pizze recuperate da Bryant Park, ricavando una sala di proiezione nel vecchio tratto dismesso della linea C della metroplitana. Nessuno ci avrebbe scoperto là sotto, e poi se l’uomo doveva risorgere, era giusto che riemergesse da sottoterra, come un verme, perché solo dei vermi avevano potuto permettere che accadesse tutto ciò.
“È bellissimo.” – disse, poi mi sorrise come un neonato che trova la serenità nel sonno.
E a dire il vero sognammo ad occhi aperti per due ore, davanti ad una vecchia pellicola di Chaplin.
Mollai la sua mano dopo i titoli di coda. Acclamavano il mio nome.
“Grazie di essere venuti. Siete pronti per il film più bello?!”
Feci partire le diapositive, illustrai passo per passo il piano con cui avremmo conquistato la Spirale. Una volta nel quartiere generale di The Blind Date Project avremmo mandato in crash l’intero sistema, avremmo avuto a disposizione un’ora e 7 minuti per far cadere quel grosso castello di carte fatto di “match del giorno”, accoppiamenti bestiali e chat notturne nella solitudine delle nostre stanze fredde. Era sempre di più di quanto ci eravamo fatti bastare per fornicare liberamente con chiunque negli ultimi 3 anni.
Mi guardò con gli occhi lucidi.
“Pivello, dimmi una cosa: dopo che sarà tutto finito, vorrai tenermi ancora per mano come hai fatto prima?”
“Sì, lo voglio.” – dissi, e mi assalì quella celestiale paura di soffrire di nuovo per amore.

 

MENZIONI D’ONORE ottobre

 

In un concorso in cui è impossibile premiare tutti coloro che se lo meritavano, da “Le Belve”, “Dentro di me”, “L’ordine della Gupière”, scritti benissimo, a “Novecento” e “L’esame finale di Saint-Ex” dove i dialoghi sono da manuale, a “Santa Caterina”, “Le Dark Ladies della pearà” e “Blondenhagen”, con le uniche trame autenticamente thriller, abbiamo dovuto scegliere solamente 3 racconti da menzionare con onore.

 

Third Comers di Marika Setta
L’idea della terza venuta di Cristo sulla Terra è vincente, il fatto che Lui sia un postino con capelli rossi e lentiggini che vive a Belfast geniale. Il resto lo fanno il ritmo, il montaggio e il finale.

 

 

The Blair Witch di Benny H.
Un racconto sul classico tema della gioventù spietata che trama contro gli adulti. Ma i personaggi di Caruso, contrapposto a quello di Giorgio Beretta, sono tratteggiati così bene e in così poco spazio da rendere l’effetto originale e fresco.

 

I Romanoff di Albi 67
Quanti racconti può scrivere Albi 67 sulla Russia dei primi del 900? Evidentemente infinti. Uno più esatto e magnetico dell’altro.

GIURIA POPOLARE di ottobre

In un concorso ricco di piccole perle nascoste, alcune per tecnica, altre per originalità della trama, altre ancora per dialoghi che rasentano la perfezione, ci sono stati ben 7 racconti a parimerito per voti, due brevi storie felici a contendersi il 3° posto con 9 voti, “18 NOVEMBRE 1978” di Luisa Di Toma e “La setta delle sette assetate” di Gab, ad accaparrarsi il 2° posto è riuscito Albi 67 con il suo nuovo racconto su “I Romanoff”, grazie a 10 voti a suo favore del pubblico, mentre al primo posto, con ben 12 voti, vince il premio della giuria popolare Anna Maria Maffezzoli con un’inedita storia country-thriller a sfondo gastronomico: “Le dark ladies della pearà”.

 

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