agosto 2019

 
Il nostro giudice d’onore Federico Buffa ha votato senza esitazioni per “La grotta” di Luke Skywalker.
“È elegante, pieno di forme che restano molto incise sulle pagine, e l’unico che ha tenuto il ritmo di una storia che si compiva mentre la si leggeva.”
È quindi LUKE SKYWALKER il Breve Scrittore Felice di agosto!


Intervista al nostro primo vincitore, il Breve Scrittrice Felice di agosto: Luke Skywalker

Luke SkywalkerLuke Skywalker non combatte la Morte Nera, ma cerca comunque di azzerare il numero delle morti bianche vendendo caschi, guanti, scarponi e attrezzature antinfortunistiche in giro per il mondo. Non ha mai avuto velleità da scrittore, non si è mai sentito all’altezza; anzi, detesta quelli che, parlando di sé, se ne escono con la classica frase: “Dovrei scrivere un libro sulla mia vita”.
“I romanzi sono cose per professionisti, a noi spetta tutt’altro compito: quello di crescere come lettori.”.
Luke Skywalker è partito con la fantascienza di Asimov, quand’era ragazzino, per poi passare alla letteratura di genere, soprattutto gialli e noir.
A un certo punto, consigliato da un collega tedesco, si è invaghito del detective Hole di Joe Nesbø, una passione intensa e brevissima che lo ha riportato indietro alla fiction pura.
“Le trame erano troppo ripetitive, alla fine mi sono stufato. Leggete Il Pipistrello e fermatevi lì. Se vi piace il genere poliziesco è meglio il buon vecchio Steve Berry. Molto meno splatter, molta più trama.”.
Il nostro Jedi non è un tipo che ha bisogno di molte parole per esistere, anzi, quelle buttate lì tanto per riempire un silenzio le considera l’ennesima occasione persa per ragionare prima di parlare.
È per questo che adora i libri: perché non c’è nessuno che interrompe i suoi pensieri, nessuno che pretende una risposta, nessuno a cui doverne una per forza.
E poi i libri riescono a portarlo dentro a mondi che lui non si permetterebbe mai di creare nella sua testa. I fatti devono sempre avere la precedenza.
Adesso c’è uno scrittore che legge religiosamente: Haruki Murakami.
Ha praticamente divorato ogni suo libro e, da quando non ha più “arretrati”, si segna in agenda la data di uscita della nuova fatica annuale della penna giapponese e corre a ordinarne una copia.
“Mi piace quell’atmosfera a metà tra sogno e realtà. Mi piace che sia sempre tutto imprevedibile e allo stesso tempo credibile…”.
Quando ha sentito parlare di concorsi di flash-fiction, pur essendo a digiuno di scrittura, ha subito pensato che potesse essere divertente.
“Ho usato uno pseudonimo perché sono uno Jedi…” – ci ha detto ridendo, poi ci ha spiegato il vero motivo.
“In realtà mi sembra corretto. Io ho vissuto questo concorso come un divertissement. Il mio nome e cognome lo utilizzerei solo se avessi reali velleità da scrittore. Invece a me piace il mio lavoro. Breve Storia Felice è un semplice svago.”.
Ha pensato a qualcosa che fosse nelle sue corde per un giorno soltanto e poi ha scritto di getto.
“Non posso avere un metodo. Non ho mai scritto. Ho messo insieme delle esperienze passate con momenti speciali della mia vita di adesso e poi, senza che me ne rendessi conto, mi è venuta in mente la canzone di De Gregori. La leva calcistica del ’68. Ho riadattato il mio testo per citarne qualche strofa e mi sono accorto che riusciva a dare ritmo al mio racconto. Così sono stato in grado di arrivare alla fine. E mi sono sentito anche soddisfatto. Quella canzone e quei piccoli momenti impressi nella “Grotta’ sono tra i miei preferiti in assoluto.”.
Ogni storia, diceva qualcuno, deve avere la sua colonna sonora. Luke Skywalker è riuscito a scrivere il suo primo racconto a 48 anni perché gli ha regalato la sua canzone speciale. 

LA GROTTA di Luke Skywalker

12 anni ed il cuore pieno di paura.
Il sole, il mare, la salsedine e la grotta, la grande grotta in fondo alla darsena: Maaaaraaaa!…aaraa…ara…ra…
Luuuucaaaa! …uucaa…ucaa…uca…ca…
Pochi ricordi ancora: le partite di biglie, ce l’hai, nascondino ed i ghiaccioli al tamarindo.
Riccioli biondi e bermuda io, un caschetto moro sbarazzino e quel sorriso che non appassirà mai tu.
16 anni e il primo bacio sulle labbra.
Il tramonto rosso, il vento nei capelli, le patatine e la grotta, quella bella grotta in fondo alla darsena: Maaaaraaaa!…aaraa…ara…ra…Luuuucaaaa! …uucaa…ucaa…uca…ca…
Pelle color ambra e profumo di sandalo tu, il finto orecchino e Beggars Banquet sempre nelle orecchie io.
25 anni e siamo innamorati da dieci, due città si sono avvicinate.
Lo spritz con la fetta d’arancio, le mani nelle mani, a Natale si va a Parigi e la grotta, la vecchia grotta in fondo alla darsena: Maaaaraaaa!… aaraa…ara…ra…Luuuucaaaa!…uucaa…ucaa…uca…ca…
La tesi appena discussa ed un colloquio che ti aspetta a settembre, giuro che l’anno prossimo mi laureo anch’io e di tatuaggi non me ne faccio più.
30 anni e siamo stati i primi, l’avevano previsto in tanti.
La mia fede appesa al collo, la casa della nonna arredata all’Ikea, bella New York ma la grotta, la nostra grotta in fondo alla darsena: Maaaaraaaa!…aaraa…ara… ra…Luuuucaaaa! …uucaa…ucaa…uca…ca…
I tuoi occhi verdi brillano ancora di più dietro a quei Ray Ban gialli, e io non smetterò mai di portare la maglia numero 7 di domenica pomeriggio.
40 anni e siamo in 3, altro che altruismo e fantasia.
Più pannolini che paia di scarpe, la carta da parati di guerre stellari, un tête-à-tête con lo Chablis ce lo possiamo concedere ogni tanto e la grotta, la bella grotta in fondo alla darsena: Maaaaraaaa!…aaraa…ara…ra…Luuuucaaaa!…uucaa…ucaa…uca…ca…
Vorresti poter dormire di più lo so, le corse al parco spingendo il passeggino: maledetta pancetta non mi avrai mai!
50 anni e ci siamo ritrovati, un cliché.
Un diamante per farmi perdonare, il tuo sorriso me l’avresti ridato anche solo con le parole giuste, un weekend a Roma come il cacio sui tonnarelli e poi la grotta, la tua grotta in fondo alla darsena: Maaaaraaaa!.. .aaraa…ara…ra…Luuuucaaaa!…uucaa…ucaa…uca…ca…
Matteo è ormai un ometto, gli sguardi delle nonne lo sorvegliano senza guardare, attraverso le ante di vetro del mobile in salotto, e quella palla di pelo di Lucy scodinzola felice.
75 anni e giochiamo a briscola.
Un cappuccino al nostro bar preferito, la telefonata di Matteo e Laura che arriva sempre prima di cena, un mazzo di tulipani nel vaso del corridoio e l’eterna grotta in fondo alla darsena: Maaaaraaaa!..aaraa…ara…ra…Luuuucaaaa!… uucaa…ucaa…uca…ca…
Ricordo le formazioni degli amici al campo di pallone, una lacrima bagna il tuo sorriso per quelli che ci hanno salutato.
85 anni e poi magari piove.
La foto nel portafoglio è un poco sgualcita, The Voice dal vinile è ancora più bravo, i miei passi tranquilli verso la tua grotta: Maaaaraaaa!…aaraa…ara…ra…
Mi manchiiiiii…anchiii…chiii…iii…
Anche tu. Il tuo sorriso però è ancora qui: quell’onda che bacia la scogliera lì in basso, sotto la nostra grotta in fondo alla darsena.

Secondo classificato: MARCO RUPE con la sua flash-iction Ecolooping.
La redazione di BSF premia questa penna felice per la cifra stilistica unica e l’atmosfera vagamente Philp Dickiana del suo scritto. Ogni riga racchiude un mondo, una sollecitazione e un occhio strizzato al lettore. Non è detto che si colga tutto alla prima lettura, anzi è praticamente impossibile, ma la potenza di alcuni testi a volte si misura proprio nella loro capacità di suggestione e solletico cerebrale.

Intervista al Secondo Classificato del contest di agosto: Marco Rupe

“La realtà è quello che non scompare quando smetti di crederci.”. Philip. K. Dick.Il nostro secondo classificato adora la fantascienza e le atmosfere Dickiane, quelle in cui il falso e il reale si fondono assieme in continuazione, in cui gli androidi forse sognano le pecore elettriche e gli umani hanno una pompa meccanica al posto del cuore.Marco Rupe, tra parentesi, a questo puto vi citerebbe Blade Runner, tratto da “Il Cacciatore di androidi” di Philip Dick, e poi qualche riga più in basso aggiungerebbe un riferimento velato a Minority Report, sempre tratto da Philip Dick, perché gli piace citare, omaggiare il genio umano, condividere con la sua specie attimi cartacei di intesa, battiti di appartenenza impercettibili tutt’altro che scontati.
E poi adora i giochi di parole, i sottotesti, il sottile filo del rasoio attorno a cui tutto è ancora possibile: gli inizi e le fini.
La copertina del suo racconto vincente, “Ecolooping”, l’ha creata lui, al ristorante, fotografando i due coltelli elegantemente appoggiati sul tovagliolo che riflettevano parziali immagini gemelle sulle lame.
Marco è psichiatra ed è anche uno scrittore alla Aldous Huxley, un pensatore parallelo a cui piace scrivere soprattutto per dispensare ispirazione agli altri. E del resto ad Huxley si deve il nome dei Doors, Franco Battiato gli ha dedicato il suo intero primo album (Fetus), e gli Iron Maiden, gli Smashing Pumpkins e i nostri Verdena gli hanno tutti dedicato una canzone in tempi diversi e non sospetti.
Forse qualcuno, un giorno, vincerà Sanremo con “Ecolooping”, e allora anche Breve Storia Felice entrerà nel mito.
Declinazione della fantascienza che Marco ama è la letteratura di William Gibson, padre del cyberpunk, autore tanto per restare in ambito cinematografico celebre di Johnny Mnemonic, New Rose Hotel e di alcune puntate di X-files.
Da ragazzo la lettura d’obbligo era Asimov, poi è arrivato Kurt Vonnegut, che qui a BSF adoriamo in religioso e-ginocchio.
Il racconto per il contest di agosto l’ha scritto in vacanza in una coppia di giorni, divertendosi parecchio.
“Il format mi cade a pennello. Non c’è troppo futuro da dover affrontare… È un po’ buona la prima, tanto per intenderci.”.
Tra gli altri concorrenti ha apprezzato particolarmente “Bloccati dentro” per la sua finezza e un racconto tra i non vincenti: “Big Bang” di Stefanofalco.
Noi siamo impazziti per il suo stile anticonvenzionale, per la pistola che a volte ti punta in fronte, solo per poi offrirti da bere alla riga successiva.
Una buona notizia: non dovete accontentarvi delle 720 parole che ha dedicato a noi quest’estate; Marco (Rupe è uno pseudonimo) ha scritto un libro “per gli amici” sulla psicanalisi, a metà tra saggio e romanzo, un viaggio onirico dentro a una serie di sogni. Insomma un “inception” dentro la mente umana, dove chi ha amato le sue continue citazioni in “Ecolooping” andrà a nozze.
E il titolo è tutto un programma: “Un viaggio verso Van-Vera”. 

ECOLOOPING di Marco Rupe

Sono uno psichiatra e mi occupo di Delirio a Due (Lasegue e Falret, 1877 ) cioè di coppie di pazienti che vivono la stesso delirio. Melanie invece è una neuroscienziata che studia l’effetto bio-larsen ovvero il fenomeno del rimbalzo del pensiero tra le persone.
Abbiamo formazioni ed esperienze molto differenti ma ci intendiamo e lavoriamo bene sui deliri di coppia.
Io provo a curare la mente delle persone deliranti e lei studia le connessioni esterne tra i loro circuiti neuronali. Oggi, come in altre occasioni, ci stiamo occupando di una coppia che si è rivolta a me per un consulto. L’apparecchiatura di Melanie è istallata nel mio studio ed è invisibile. Lei appare in video con infinity morphing per contribuire silenziosamente al brain washing (Cameron, 1961) dei pazienti.
Le parole, la gestualità, le variazioni fisiche e soprattutto le attività cortico e sottocorticali vengono registrate ed elaborate da Eliza 573 (Weizenbaum,1966). Eliza è il primo chatterbot psicoterapeuta ora riconosciuto come Intelligenza Artificiale in grado di rispondere a “qualsiasicosa” (Riva, 2003). Essa ha determinato l’estinzione degli psicoanalisti (Dick, 1962). Eliza elabora via wifi le informazioni provenienti dal bio-syntho che, come tutti noi, Melanie ha nella corteccia fronto-parietale.
La coppia che sto visitando per la prima volta, seduta su un divano di fronte a me, mi pare sia affetta da una psicosi persecutoria. Floridi sintomi dissociativi di stampo schizofrenico mi fanno pensare ad un esordio di schizofrenia a due. Entrambi sentono i propri pensieri e quelli del partner come sonorizzati (De Clerambault, 1927), si sentono comandati a distanza da una macchina influenzante (Tausk, 1919) posseduta da ignoti e sentono i propri pensieri rimbalzare sulla mente sia del partner che sulla mia. Questo fenomeno, nucleare nella nostra ricerca, è caratterizzato da un’eco che, come ogni eco che si rispetti, tende a decadere, ma poi all’improvviso si riaccende e così in continuo in un looping infinito. Eco e contro-eco producono nelle loro menti un frastuono continuo che ha trasformato le loro vite in un incubo solido e senza fine. Caso interessante di raro delirio schizofreniforme di coppia.
Il problema terapeutico è a mio avviso urgente perché si stanno rapidamente allontanando dalla realtà.
Io sono molto preoccupato e penso che la cura psicofarmacologica debba iniziare subito, Melanie si oppone perché a suo avviso i farmaci inficerebbero il protocollo. Ma il punto è un altro: secondo me l’esperimento può aspettare, la terapia no.
Per superare la roccia biologica (Freud, 1938) che si frappone tra i nostri punti di vista, Melanie ed io decidiamo di connetterci utilizzando Eliza 573, riportandola al punto di ripristino precedente la sperimentazione, perché Eliza non gradisce il replay (Wenders, 1992).
Perdiamo di fatto una sola seduta. Il senso non sarà di individuare la migliore scelta logica, ma di far emergere dai nostri inconsci le nostre profonde emozioni. Usiamo quindi un upgrade di VKt (Voight Kampf test o T.T Touring test) per capire chi tra noi provi emozioni vere o surrogati emotivi tipo FS (Falso sé,  Winnicott 1972). Il test avviene nel mio studio dove io e Melanie siamo seduti sul divano sul quale stanno di solito le coppie di pazienti. Al mio posto di lavoro siede il Dottor Laborit mio collega psichiatra. Nel monitor, dove solitamente appaiono i veloci morphing di Melanie, si vede il Dottor Hoffman, neuroscienziato ovviamente bioconnesso ad Eliza.
Come inizia il test lo psichiatra Laborit si trasforma in me stesso, nel monitor compare Melanie, ed accanto a me sul divano c’è il Dr. Hoffman. L’effetto eco con Hoffman accanto a me, Melanie nel monitor, è terribile anche per la presenza di Laborit nella mia testa. Ho la certezza di essere monitorato e comandato a distanza. Laborit-me stesso dice a Melanie nel monitor che è opportuno somministrare psicofarmaci, ma Melanie-monitor si oppone perché i farmaci altererebbero il protocollo della sperimentazione. Sempre meno lucido e sempre più sicuro di perdere me stesso, tra l’eco a tratti rumorosissima e a tratti appena udibile, li sento decidere di sottoporsi ad un VKt tramite Eliza 573 per risolvere la questione. Ricordo di aver già vissuto infinite volte questo ricordo, mi domando se è un ricordo senza inizio o forse una memoria dal futuro… (Bion, 1978). Poi sospiro. So di essere in un’eco-looping temporale, e so che tutto ciò non determinerà nulla, perché la linea (Cavandoli, 1969) non è mai retta.

Terzo classificato: GIOVANNA ADELAIDE BUSACCA con la sua flash-fiction Eco non risponde
La redazione ha scelto questa penna per la sua scrittura impeccabile, sofisticata, per la rivisitazione fedele alla traccia del mito in questione, ma allo stesso tempo originale nella costruzione della trama, in cui Eco, lungi dall’essere il fattore scatenante del racconto, è protagonista indiscussa a cavallo tra spazio e tempo.

Intervista al Terzo Classificato del contest di agosto: Giovanna Adelaide Busacca

“Amo le parole e i loro significati”.
Così ha esordito Giovanna, con una di quelle frasi che senti solo nelle interviste ai vincitori del Pulitzer.
Scrive da sempre, merito a suo dire della maestra d’italiano delle elementari che le ha trasmesso la passione per la nostra lingua scritta.
“Non ci sono altre spiegazioni. Oltre forse a un’inclinazione naturale.
Ci sono persone portate per il disegno, io sono portata per sistemare le parole su un foglio.”.
Il resto è stato il frutto di 30 anni di editing professionale nell’ambito della saggistica: testi complessi, di settore, che Giovanna doveva rendere più fluidi e armonici pur non alterandone il significato. Frase dopo frase.
Eppure tutta questa misura e questo controllo confessa di non possederli quando si tratta di fiction letteraria: “Scherzo sempre con gli amici dicendo che sono una da una botta e via. La verità è che non ho disciplina, vivo sull’onda di entusiasmi temporanei. Per questo la cortezza di Breve Storia Felice mi ha attirato fin da subito, perché negli spazi piccoli mi trovo perfettamente a mio agio e posso scrivere esclusivamente nei momenti di puro estro.”.
Il suo racconto di agosto è uscito di getto, il giorno prima della scadenza; ha incorporato dei vecchi scritti precedenti e ha limato il risultato finale fino a quando tutto le è sembrato filare. Si è pentita solo dopo aver schiacciato il tasto invio, ma la sensazione è svanita nell’aria d’estate. Il dado era tratto.
Per anni ha scritto nel silenzio di agende e quaderni, poi dopo una lunga pausa, nell’affanno di cercar risposte alla sua vita, è tornata a scrivere, partecipando a diversi contest letterari e vincendone qualcuno.
La spensieratezza del gioco ha preso il sopravvento.
Tra i partecipanti al nostro concorso ha apprezzato parecchi scritti, in particolare “Ecolooping” per l’originalità e lo stile e “La leggenda del navigatore” per l’ironia.
In futuro le piacerebbe una traccia basata su una semplice immagine, magari anche un disegno a matita in bianco e nero, perché lo considera lo spunto più evocativo e allo stesso tempo più diverso e personale a seconda di chi guarda.
Tra i suoi scrittori preferiti ci sono Stefano Benni, tendenzialmente i bravi giallisti e l’irlandese Catherine Dunne, di cui ha appena terminato l’ultimo romanzo: “Un terribile amore”.
“È una scrittrice che scrive di e per le donne; la consiglio volentieri. E poi, saranno le mie origini siciliane, ma adoro Camilleri. Io sono scresciuta vicino ai posti che lui racconta e le sue parole riescono a riportarmi lì.”.
Per un po’ Giovanna ha tenuto una rubrica sulla rivista online ilraccoglitore.com: si chiamava “Quella che non sa tacere”, a suo parere a ragion veduta, dato che teme di sfociare in logorrea in ogni conversazione che le capiti a tiro.
Quello che è sembrato a noi di Breve Storia Felice, dopo la nostra chiacchierata, è che a Giovanna stiano davvero a cuore le parole, sia le sue che quelle degli altri, e che le rispetti in maniera antica, per il potere che hanno quando usate bene e per le intenzioni che nascondono quando le scegliamo con cura.
“Io non so pronunciare neppure una parola d’inglese. Magari in inglese non mi piacerebbe neppure Catherine Dunne…” – ride e poi riprende a parlare – “L’unica lingua che parlo e scrivo è l’italiano e ne sono felice. Non so a voi, ma a me basta. Anzi, io credo che dovremmo considerarci fortunati nell’avere a disposizione uno strumento così bello per esprimere i nostri pensieri e sentimenti.”.
Amen.

ECO NON RISPONDE di Giovanna Adelaide Busacca

Eco raccoglie il foglio appallottolato che ha scagliato con rabbia contro la parete, si risiede alla scrivania e comincia a dispiegarlo e a lisciarlo piano, carezza dopo carezza.
Lo sguardo, velato da un misto di tristezza e rabbia, vaga per la stanza senza soffermarsi su nulla, finché non si imbatte nello specchio; non si anima, ma pare riconoscere il riflesso di quella se stessa muta e sofferente, e si sorride persino.
Da ragazzina, alcuni decenni prima, aveva inciso il proprio nome in un angolo di specchio: Leida si legge ancora, ma in pochi ormai lo ricordano poiché tutti la chiamano Eco. Quel soprannome, che racchiude gran parte del suo essere, le è stato imposto, tra il serio e il faceto, da due amiche: “Parlare con te è come gridare in una vallata, scaraventi sugli altri i loro stessi assiomi svelando senza mezze misure punti deboli e vuoti cosmici”.
Il foglio tra le sue mani appare gualcito e le parole ivi vergate spezzate da pieghe simili a piccole crepe:

Ho distinto d’istinto d’esser da te distinta,
eppure finché siam distanti vivo d’istanti
ostentando astinenza e detestando l’assenza.
Un giorno desterò il mio destino o sarò da lui destata
E la distanza tra noi diverrà imprescindibile istanza.

Ricorda d’aver scritto di getto quelle poche righe, come a rassicurar se stessa d’essere in grado di riprendere le redini della propria ragione in qualsiasi momento. Aveva ancora una volta giocato con le parole e scherzato con la propria immagine riflessa nel vecchio specchio, sorridendo ai propri timori, cercando di chetare la voce che le sussurrava quanto breve sarebbe stata quell’intensa passione e quanto non corrisposto quel sentimento. E due anni dopo si ritrova a rileggere la sua stessa profezia.
Il cellulare vibra sul ripiano della scrivania accanto a lei, ma Eco lo ignora.
Gira il foglio e con una matita disegna ghirigori che presto si tramutano in parole:

Hai lo specchio rotto.
Sì, lo so. Infatti non mi innamoro più.
Non capisco.
Non riesco a vedermi, a riflettermi, a cogliere negli altri, pur se fuggevole, un aspetto di me.
E questo è per te innamoramento?
Certo… innamorarsi è rivedere frammenti di sé in uno sguardo, in un gesto, in una parola e desiderarli come si percepissero e apprezzassero per la prima volta. Quando ci si innamora, è verso di sé che scatta il primo batticuore.

Il foglio ‒ spiegazzato, pasticciato, rigorosamente datato su entrambi i lati ‒ finisce in un cassetto insieme a molti altri.
Eco si avvicina allo specchio, si riavvia i lunghi capelli, si sorride e, tornata alla scrivania, accende il computer.
Ha bisogno di un treno, un treno lungo che percorra un lungo binario per un tempo sufficientemente lungo da permettere al suo sguardo di spaziare libero su orizzonti aperti.
Fatta la prenotazione, spegne il computer, prende la borsa ed esce.
Non è più tempo di ripetersi, ora è il momento di tacere e riflettere come la luna sul mare o i rami in un ruscello. È il tempo di fermarsi sul margine del precipizio, sulla soglia del pensiero; e nel silenzio sentire il battito in gola, il brivido sulla pelle. Adesso è necessario seguire il flusso del respiro e l’onda dell’emozione, per non esserne travolti.
Sulla scrivania, il cellulare riprende a vibrare.
Eco non risponde.

MENZIONI D’ONORE

LUNA RUSSA E JENTU di Donniebrasco perché Dracula in Salento è una visione a metà tra Tarantino e Sergio Leone. E perché è scritto con tecnica pregevole.

 

ANTIEROE di Simone Rosi perché è un testo di altri tempi, un monologo teatrale e filosofico che avrebbe incuriosito De Crescenzo per la sua ambizione e solennità.

 

 

PRENDI QUELLO CHE RITORNA di Alessandro Coppola per lo stile pop-onirico che spiazza, ma al tempo stesso aggancia. E perché l’eco della nostra coscienza poteva essere spunto scontato e invece risuona fortemente autentico.



I VINCITORI DELLA GIURIA POPOLARE
ossia i due racconti che hanno ottenuto il numero più alto di like combinando i voti di Facebook e quelli di Instagram

Alice Blu, inscalfibile nel gradimento del nostro pubblico e nuovamente ispirata, si aggiudica per la seconda volta di fila il primo posto della giuria popolare. Subito dietro la new entry Ste che ha divertito e toccato i lettori con la sua originale leggenda.

1° Bloccati dentro di Alice Blu

2° La leggenda del navigatore di Ste

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