luglio 2020

PODI della SUPERGIURIA di LUGLIO

La nostra supergiuria ha preso molto sul serio il proprio compito: qualcuno ha fatto fatica a fare solo tre nomi, qualcun’altro si è divertito moltissimo a sedersi “dall’altra parte del tavolo”, tutti sono stati convincenti nelle loro motivazioni. A voi la fumata bianca del gran giurì di luglio:


 

1° classificato: Vincent di Giovanna Adelaide Busacca

Con 4 medaglie d’oro e una di bronzo al collo, “Vincent” si aggiudica il gradino più alto di luglio. Hanno già detto tutto i giurati su questo racconto: tecnica, classe, stile, intensità. Musica…
Giovanna davanti alla tastiera sa portarti esattamente dove vuole, e allo stesso tempo ti fa credere che sia successo per “forza maggiore”.

 

 

Intervista alla nostra prima vincitore, la Breve Scrittrice Felice di luglio: Giovanna Adelaide Busacca

Giovanna confeziona intrecci di pensieri sul foglio come se fossero mandala della cultura buddista; basta una virgola o una sola parola in più, o in meno, che il disegno si sgretola negli occhi prima ancora che nella testa. La sua è maestria tecnica e pensiero parallelo che danzano assieme fino a quando sono stanchi, o non ne hanno più voglia. E tu ti ritrovi a ballare con il suo cosmo di parole per un attimo e per il puro piacere di ballare.  
Gertrude Stein diceva che perfino la mancanza d’ispirazione poteva essere una fonte d’ispirazione; l’importante era non subirla, ma abbracciarla, flirtare con lei. Lei e Giovanna sarebbero diventate amiche. 
“Ho letto la traccia un attimo prima di mettermi a dormire. Mi è piaciuta subito e mi son detta che avrei partecipato. Intanto mi voltavo sul fianco sinistro. Per prima cosa avevo bisogno del personaggio. E mi son girata sul fianco destro. Mi si sono affacciati alla mente Majorana, Saint-Exupéry, Lady Diana, Michael Jackson, Presley… ma nessuno aveva una storia da raccontarmi, se ne stavano muti e immobili, mentre io continuavo ad agitarmi tra le lenzuola.
Poi è arrivato Vincent. Ecco, ora sapevo di chi avrei parlato e mi sono addormentata.
Era mercoledì notte, ho dovuto attendere il weekend per avere un po’ di tempo per scrivere. Ma tra giovedì e venerdì, mentre andavo e tornavo dal lavoro, ho fatto ricerche, ho copiato brandelli di testi (il virgolettato del mio racconto) e… finalmente, sabato, Vincent ha scritto al fratello Theo. Una lettera breve, buttata giù in mezz’ora. L’ho lasciata decantare qualche giorno, l’ho letta a un paio di amici, ho corretto alcune parole. L’ho inviata.”.
Scrivere non dev’essere sempre complicato: ti serve una visione narrativa, uno stile tutto tuo e la voglia di inseguire i propri pensieri per scoprire fin dove ti portano.
Giovanna è una delle poche penne felici che non scriverebbe mai qualcosa che potrebbe dire a voce, e la parte più interessante dei suoi racconti è esattamente il fatto di avere senso solo nel mondo dello scritto e non in quello della voce.

Vincent di Giovanna Adelaide Busacca

Caro Theo, ti scrivo ben sapendo che mai mi leggerai e che questa mia, come tutte le altre scritte negli ultimi centotrent’anni, finirà, logorata dal tempo, per dissolversi in polvere.
Ti scrivo per l’affetto mai sopito, per l’abitudine che m’appartiene, per il desiderio di comunicare pur in questo autoimposto eremitaggio.
Scrivo a te utilizzandoti come espediente per festeggiare con me stesso la ricorrenza di quella morte terrena in cui tutti avete creduto e che è stata per me rinascita.
Fratello amatissimo, non sono mai morto né mai morirò. L’appassionata lettura delle Sacre Scritture – cui tu hai assistito quando ancora i nostri passi calpestavano la stessa terra – mi ha mostrato diversi sentieri ed io ho scelto d’intraprendere quello ancor oggi considerato malvagio: ho sottoscritto un contratto col demonio.
Come ebbi a scriverti più volte – da quando lessi la frase nella seconda lettera ai Corinzi e la feci mia – vivo “afflitto ma sempre lieto”.
Ricorderai che la mia religiosità si cristallizzò infine in un ritorno ai valori francescani, oscillando fra malinconia e contrizione, male d’amore e umiltà, dolore universale e tristezza personale, nella completa rinuncia alla brama di beni terreni, inseguendo un rapporto più umile e sincero con l’interiorità, così da essere il più possibile partecipe della natura divina e della beatitudine eterna.
Ebbene, ho trovato tutto questo e molto altro scavando nell’inferno che mi ha sempre abitato fino a scovare nel diavolo l’unico in grado di offrirmi la mia personale beatitudine eterna.
Circa un anno prima della mia presunta morte, mesi dopo l’epico litigio con l’indimenticato amico Paul, ti scrissi dalla clinica di Saint-Rémy. Ricordo ogni parola da me vergata, tra le tante queste: “Osservo negli altri che anch’essi durante le crisi percepiscono suoni e voci strane come me e vedono le cose trasformate. E questo mitiga l’orrore che conservavo delle crisi che ho avuto. Oso credere che una volta che si sa quello che si è, una volta che si ha coscienza del proprio stato e di poter essere soggetti a delle crisi, allora si può fare qualcosa per non essere sorpresi dall’angoscia e dal terrore. Quelli che sono in questo luogo da molti anni, a mio parere soffrono di un completo afflosciamento. Il mio lavoro mi preserverà in qualche misura da un tale pericolo”. E questo è ciò che successe e che ancora accade: il mio lavoro mi mantiene vivo, dando a tale termine il senso lato cui la mia particolare condizione obbliga.
In realtà ero già ciò che sono ancor oggi: un morto vivente.
Una minima parte di me servì allora a pagare a Satana la libertà dalle costrizioni umane ed in cambio ebbi in dono persino colore eterno per le mie creazioni. Il sangue sgorga ininterrottamente a mio piacimento là dove un tempo un orecchio svolgeva l’inutile compito di ascoltare parole senza senso. Con quel sangue dipingo su ogni superficie, m’inviti a farlo e le mie opere vivono in eterno con me e con la natura.
Talvolta leggo ciò che di me si dice e trovo mi calzi a pennello la seguente definizione di alcuni psicologi, riguardo alla mia nascita avvenuta un anno dopo quella del nostro fratello nato morto: “Questo bambino, in un certo senso, è venuto al mondo nell’anniversario della propria morte e in ciò può risiedere la radice dell’inclinazione dell’artista al paradosso”.
Oh sì, il paradosso m’appartiene o io appartengo a lui. È come un serpente che si scaglia contro la propria stessa coda. Evidenzia l’errore, l’incoerenza, i buchi neri di una posizione. Servitore della filosofia come della satira e dell’ironia. Ne ho fatto la mia patria. Nel paradosso vivo e vivrò in eterno.

Tuo affezionato fratello Vincent

 

2° classificato: Lo scambio di Luisa Di Toma
Il racconto di Luisa ha lasciato a tutti un buon sapore in bocca, una matriosca letteraria che spetta ai lettori continuare ad aprire nella propria testa. Quando un racconto breve riesce a fare questo, ha raggiunto il suo scopo.
Una storia delicata, infusa di luce e di nostalgia. Al lettore pare quasi di vederlo il protagonista nell’emozione di entrare nella stanza, nell’amore che prova a trovare la donna che lo aspetta, e soprattutto in un sorriso che sigla e racchiude una vita intera. Un racconto che guarda a un passato che non può tornare, a un amore perduto, alle cose finite, eppure il ricongiungimento è possibile in un finale che alla malinconia aggiunge un sorriso di soddisfazione per aver riassaporato la felicità e aver sconfitto, per un attimo, il destino.

 

 

Intervista alla Seconda Classificata del contest di luglio: Luisa Di Toma

Luisa non aveva mai scritto in vita sua fino allo scorso anno, quando ha partecipato ad un workshop di scrittura, spinta da un’amica. Aveva paura di non essere in grado, “mi vergognavo”; e invece Luisa, quando si siede davanti al foglio bianco, possiede una fantasia sfrenata e il coraggio dei bambini.
“A un certo punto, dopo che mi sono gettata nella scrittura, succede qualcosa che faccio fatica a spiegare. È come se fosse la storia stessa a inviarmi immagini davanti agli occhi, come se decidesse lei assieme ai suoi personaggi; io non faccio altro che descrivere ciò che vedo.”.
Alcuni la chiamano ispirazione, quel fulmine che ti colpisce senza far rumore e che ogni scrittore ricerca la notte per avere il miglior motivo possibile per svegliarsi il giorno dopo.
Quello che ha folgorato Luisa, in un dopo cena di luglio, ha pescato energia da una serata di fine anni ‘80.
“Vivevo a Londra e da poco era uscito al cinema Stregata dalla Luna. Allora ero molto più magra e giovane. Una sera le mie amiche mi avevano truccato in modo vistoso, per gioco. Eravamo uscite e la gente aveva iniziato a scambiarmi per Cher. Un uomo si era addirittura messo a piangere dall’emozione convinto che fossi davvero lei. L’idea per Lo Scambio è nata da lì.”.
E il fiume in piena di Luisa si è messo a scorrere sul foglio, con quella capacità tutta sua di portarti in un mondo che assomiglia tanto al nostro ma non ti presenta mai il conto, semmai ti strizza l’occhio nel modo più imprevedibile di sempre.
Hermann Hesse, lo scrittore che la nostra medaglia d’argento divorava da ragazza, diceva: “Io vivo nei miei sogni, anche gli altri vivono nei sogni, ma non nei loro. Ecco la differenza.”.
Luisa sa fare esattamente questo quando si tuffa nella scrittura: esiste per qualche ora solo lì dentro, diventa di carta anche lei e dona tutto ciò che sente o conosce alla sua storia. Nei suoi racconti per Breve Storia Felice non c’è la voglia della bella parola – “non mi riuscirebbero mai i virtuosismi che riescono ad altre penne più esperte” – c’è piuttosto tanta umanità, a 360°, quella che vola alto, quella che vola basso, quella che cade e quella che si rialza. C’è anche un persistente profumo di buono che riempie l’aria, come sei suoi racconti fossero panni stesi al sole: non importa qual era la macchia, il tempo e il sole non conoscono ostacolo insormontabile.
Adesso ha anche imparato a correggere le prime stesure.
“Un tempo scrivevo di getto e poi, dopo il punto finale, passavo ad un nuovo racconto. Ora mi sto esercitando ad eliminare le parti inutili. Metto in pratica gli insegnamenti del workshop di scrittura a cui ho partecipato. Insomma, provo a controllare di più la forma senza pensare che basti solo il contenuto.”.
Dopo cena si siede davanti al computer e non va a dormire fino a quando non ha terminato il lavoro. E poi ha il suo critico letterario di fiducia. È un caro amico di una vita a cui fa religiosamente leggere i suoi racconti per Breve Storia Felice. Se alza il pollice in su dopo averli letti, li spedisce alla redazione, altrimenti lascia perdere.
“Per la traccia degli anni 20 mi ha bocciato ben due racconti; così non ho partecipato. È un critico severo, ma è anche il mio più grande ammiratore.”.
Luisa sta provando a leggere in spagnolo in questi giorni, perché trascorrerà diverso tempo alle Canarie e vorrebbe imparare la lingua, ma siamo certi che prima o poi tornerà ai suoi scrittori preferiti degli ultimi anni. Tutti giapponesi.
Lei è visiva, ad ogni frase corrisponde un’immagine che le si staglia davanti agli occhi; nei libri di Yukio Mishima, di Murakami, di Banana Yoshimoto, le immagini sono quasi coreografie di parole che ci danzano in testa e ci fanno credere che a certe ore del giorno, quando spesso siamo distratti, la vita e il sogno si incontrino sulla terra.

 

Lo Scambio di Luisa Di Toma

Tutto è successo più o meno un anno fa. Forse di più o forse di meno. Non so dirlo con esattezza. Dove sono ora, il tempo non conta né tantomeno viene contato.
Il volo da Roma era atterrato perfettamente in orario a Los Angeles.
Viaggio in prima classe, pagato dal cliente americano.
Scesa dall’aereo mi ero messa un cappello a falde larghe e un grosso paio di occhiali scuri.
Insomma, ero a Los Angeles, Hollywood. Volevo giocare a fare la diva.
L’autista che venne a prendermi sembrava un attore hollywoodiano, mi riconobbe da una foto che teneva in mano, e che si affrettò a mettere in tasca quando si accorse che cercavo di sbirciare.
“Lei è molto più giovane e bella di come appare nelle foto.” – mi disse aprendo la portiera della Cadillac bianca e porgendomi la mano per aiutarmi a salire.
“E lei è molto gentile.” – civettai di rimando.
Dopo un viaggio in macchina di più di due ore, arrivammo in un altro aeroporto dove ci aspettava un piccolo jet privato.
Non ero stata informata di questo volo interno, ma non mi preoccupai.
L’autista era salito a bordo con me e parlottava con la hostess, una bionda che non avrebbe certo sfigurato su una copertina di Vogue.
Mi fu servito dello champagne. Cominciai a sentire gli occhi che si chiudevano, cercai di resistere, ma invano. Buio.
Quando mi svegliai, non ero più sull’aereo. Pian piano riuscii a mettere a fuoco la stanza intorno a me. Era una camera d’ospedale. C’erano due uomini vicino alla finestra. Uno indossava un camice bianco, un dottore, l’altro, molto elegante in un leggero completo di lino, si avvicinò al mio letto e domandò: “Buongiorno cara. Come si sente?”
“Dove sono? Che cosa mi è successo?”
“Le devo dare delle spiegazioni, ma non si spaventi. Lei sta bene.”
Mi spiegò, con la sua bella voce profonda, che c’era stato un errore. L’autista all’aeroporto avrebbe dovuto incontrare una famosa attrice alla quale, a quanto pare, io somiglio molto. Complici il cappello e gli occhialoni scuri ero stata scambiata per lei.
Per errore ero stata portata in una clinica e sottoposta ad un lungo trattamento che, oltre a ringiovanirmi, avrebbe rallentato considerevolmente l’invecchiamento delle cellule. Potevo contare su un’aspettativa di vita di almeno duecento anni, oltre a quelli già vissuti.
Non potendo rimandarmi alla mia vita di prima, avevano fatto in modo che risultassi morta in un incidente.
E dato che il trattamento e il soggiorno nel luogo dove avrei continuato a vivere erano estremamente costosi, mi avrebbero dato la possibilità di lavorare per loro.
“E se io non volessi rimanere?” – sbottai ancora incredula.
“L’unica alternativa è la sua vera dipartita.” – rispose, mettendo molta enfasi sulla parola “vera”.
Ed eccomi qui. E nemmeno so dove si trovi questo “qui”.
Prigioniera in un paradiso artificiale dove tutto è perfetto. Rifugio segreto di uomini e donne creduti morti nel secolo scorso.
Tanti li riconosco. Picasso passa le giornate tra il dipingere e il tentare di sedurre la bellissima Marilyn che però dimostra di preferire le avances di un raffinato ed elegante Gianni Agnelli.
Hemingway sembra un ragazzo, senza più tracce sul volto né ferite sul corpo riportate nei due incidenti aerei che tanto sconvolsero gli ultimi anni prima del suo presunto suicidio.
Non fui sorpresa nel vedere Saddam Hussein e il colonnello Gheddafi. Era risaputo che i due utilizzassero spesso dei sosia.
La famiglia imperiale dei Romanov, senza la principessa Anastasia. Bellissimi nei loro incantevoli abiti d’inizio secolo.
Un folle Hitler. Ogni sera presenta una lista di nomi di persone che non gli rivolgono il saluto romano, ordinando di farli fucilare all’alba.
C’è anche un’insopportabile D’Annunzio. Ogni volta che mi incontra apre con gesto teatrale la vaporosa vestaglia e declama: “Ti concedo questo onore.”
Ma la più grande emozione per me è stata conoscere Antoine de Saint-Exupery. Un uomo solitario ma dotato di grande fascino e intelligenza. Quando è in vena di parlare mi incanta con i racconti della sua avventurosa vita. Ogni volta che lo incontro sento i battiti del mio cuore accelerare, decine di farfalle agitarsi nel mio stomaco.
Credo di essermi innamorata. Non combatto questo sentimento, è l’unica cosa che mi aiuta a non impazzire in tale parodia di vita che non riesco ad accettare.
Forse un giorno riuscirò a scappare, o forse ci troveranno.
Fino ad allora sarà per Antoine che continuerò a vivere.

 

 

3° classificato: Grigorij di Albi 67

Non c’è niente da fare, Rasputin la scampa sempre. Anche sul foglio bianco. Alcuni personaggi sono tratteggiati così bene da farsi di carne, il Grigorij di Albi 67 è impalpabile e opprimente allo stesso tempo, un presagio incombente sul lettore e sul mondo. Il finale la stoccata del fuoriclasse. 

Intervista al Terzo Classificato del contest di luglio: Albi 67

Alberto è stato ghost writer per anni, in politica, fino a quando ha smesso di esserlo sui suoi bigliettini da visita. Lì sopra, adesso, c’è scritto: agricoltore, anche se ad Albi piace di più la definizione “eremita stakanovista”.
Si alza alle 5, pensa davanti ad un buon caffè e a un piatto di uova con la salsiccia e alle 6 e 30 è già nei campi. Alle 12 è a casa, a leggere i giornali, scuote la testa e poi riprende a lavorare attorno alle 2 di pomeriggio, va avanti fino alle 5.
Quando non è troppo stanco si mette a scrivere, o a leggere, o a seguire i talk-show politici. Dopo le parole scritte la politica è il suo secondo grande amore; credeva di cambiare il mondo con entrambe. Si era invaghito di un documentario su JFK, dei suoi discorsi alla nazione, e aveva immaginato di vergarli di suo pugno per il politico del cuore, ma l’America a volte è ancora troppo distante dall’Italia, ancora troppo giovane per essere corrotta perfino nei pensieri.
“Sbagliano, ma sbagliano perché vogliono troppo le cose, mentre noi le vogliamo troppo poco.”.
È stata sua sorella a fargli scoprire BreveStoriaFelice, Alberto non possiede neppure uno smart-phone. Quei giorni di banchetti, di grandi palazzi e ancor più grandi microfoni appartengono ormai ad una vita precedente.
“È lei che mi ha parlato di voi, lei che mi ha ricordato il momento in cui avevo scoperto di essere portato per la scrittura. Ti ricordi Albi quando volevo avere amici di penna da ogni parte d’Italia ma non sapevo mettere una parola in fila all’altra? Mi ha convinto a scrivere fingendo di essere lei. Dopo poche lettere, gli amici di penna maschi si erano innamorati di lei, mentre le femmine volevano diventare tutte la sua migliore amica… Poi è nata la passione per la politica, i primi comizi organizzati, i primi discorsi scritti per altri, gli uffici stampa e tutto quanto il resto.”.
Alberto ha accettato di farsi intervistare solo a condizione di mantenere l’anonimato.
“Alcuni di noi hanno bisogno di essere al centro dell’attenzione, altri si beano di fare i burattinai.”.
Non gli trema mai la voce, sembra aver provato ogni frase per ore, davanti allo specchio; ride quando glielo facciamo notare.
“Oh, no, quella è solo la magia della cornetta, fossimo di persona, balbetterei, così invece mi sembra di parlare con me stesso. E a quello sono parecchio allenato.”.
Quanto ci hai messo a scrivere Grigorij?”
“30 minuti, 40 massimo. Con gli anni sono diventato velocissimo a scrivere, mi basta avere uno scopo e un orologio davanti agli occhi e non mi faccio più distrarre da nulla.”.
“E che scopo ha il tuo racconto?”
“Far riflettere la gente, metterla con le spalle al muro e farle fare un respiro profondo. Ma temo di aver fallito miseramente.”.
“Non staremmo parlando al telefono se tu avessi ragione.”.
È rimasto in silenzio per pochi secondi, poi ha ripreso a parlare.
“…Pensa che un politico affermato, molti anni fa, mi ha fatto presente la stessa cosa. Il comizio che avevamo organizzato era stato un fiasco totale, più di metà sala era vuota, stavo quasi stracciando il discorso stampato, in preda allo sconforto, quando lui mi ha fermato in tempo. Alberto, mi ha detto, a maggior ragione se c’è poca gente avrò bisogno di parole perfette, la suggestione non basta.”.
Il suo Rasputin vibra anche senza un volto grazie ad un uso sapiente del ritmo e alla scelta dei vocaboli esatti. È una presenza più che un personaggio, un monito tra le righe soppesato con il bilancino della tecnica. E invece Alberto non ha mai studiato scrittura, né ha mai scritto libri, “solo” centinaia e centinaia di discorsi politici e di lettere. Non tutti speakerati, non tutte spedite.
“Ogni volta che volevo avere ragione, da ragazzino, che fosse a scuola o con i genitori, mi sedevo alla scrivania e buttavo giù le mie motivazioni. La mia parte migliore è lì sui fogli, il resto è buono giusto a raccogliere pomodori. È ancora così: mi siedo a scrivere per trovare la mia parte migliore e a volte trovo anche il coraggio di regalarla a qualcuno. A questo giro è toccato a voi.”.
A Londra, nella parte nord orientale di Hyde Park, c’è un angolo e un piedistallo per tutti coloro che hanno qualcosa da dire, Speakers’ Corner si chiama. Non sai mai chi sale in cattedra e che cosa dirà, ma ha insegnato ai londinesi ad ascoltare e ad aprire la propria mente.
A volte BSF sogna di essere quell’angolino lì.


Grigorij di Albi 67

La gente crede che io sia morto. Quei porci dei Bolscevichi mi hanno dissotterrato per tagliarmi a fette e accendermi in un rogo. Peccato che hanno bruciato l’uomo sbagliato.
Nessuno può uccidere Rasputin, io sono immortale. Io sono un braccio di Dio infilzato nel mondo, per fare il suo volere e non quello basso degli uomini.
Mi manca la zarina, mi manca la mia Russia, mi manca l’aristocrazia e il modo in cui mi guardava quando ribaltavo i suoi usi e i suoi pensieri. Oggi non esistono più gli usi, e dei pensieri non v’è n’è più traccia. La gente vive di suggestioni e il sogno del popolo al potere ha mostrato i suoi limiti.
Non ha senso far governare la mediocrità, ma del resto non ha più senso neppure scuotere le anime. Non vi è niente da scuotere in un mondo che già vacilla e trema e si rovescia.
Ho attraversato i mari per conoscere ogni sud, per sentire il calore sulla pelle e cosa provocasse all’interno dei corpi. Apatia.
Noi russi siamo gente coriacea perché il freddo forgia le menti e le appuntisce. Le alte temperature confondono i confini e smollano i nervi.
Ho fatto ritorno in Europa, i 7 attentati hanno indebolito il mio corpo nato per durare fino alla notte dei tempi, fino al ricongiungimento con Dio. I capelli sono caduti, ma gli occhi vedono ancora dietro alle cose e dentro al prossimo.
Ho scalato i ranghi un’altra volta, nell’unica aristocrazia rimasta in piedi sulla terra. Ci sono ancora sovrani, ma pochissimi aristocratici, esseri superiori per eredità divina a cui spetta il compito di indicare la morale, quella pubblica e quella privata.
Mi sono infiltrato fingendo origini diverse, calcando l’accento sudamericano, fecondando l’unico bacillo di cultura da cui ancora si può generare il frutto di Dio.
L’ho fatto perché non potrei fare diversamente. Perché questa è la mia missione tra gli uomini.
Vi scuoterò ancora, scuoterò il popolo perché dal popolo io venivo ed è il popolo che mi ha deluso più di tutti.
“Sua Santità, Vladimir Putin è pronto a riceverla.”

MENZIONI D’ONORE

Perché sei tu, Romeo? di Gabry 78
In lizza fino all’ultimo per la medaglia di bronzo, il Romeo di Gabry 78 rinasce anche in 511 parole. Ci sprona, ci strega, ci fa credere in lui (o in Shakespeare) per la milionesima volta. Era facile cadere nella maniera e invece il racconto profuma di freschezza.

 

 

A vita è ‘nu muorzo di Ilaria Romano
Scrivere in dialetto è complicatissimo. Bisogna stare doppiamente attenti alla fluidità e allo spettro della banalità, della frase fatta, il nemico numero uno di ogni scrittore esordiente. Il racconto di Ilaria tiene i nervi tesi e il sorriso accennato fino all’ultima riga. Chapeau!

 

 

LD di Sasha Grey
Anche la Lady Diana di Sasha ha sfiorato il podio, per poi accomodarsi appena dietro, esattamente dove vorrebbe la protagonista di LD. Alzi la mano chi non ha voglia di farsi un gin con lei dopo questo racconto… 

 

 

GIURIA POPOLARE DI LUGLIO

Anna Maria Maffezzoli si aggiudica il numero più alto di like dai lettori social (49) grazie al suo Dante a spasso per i tempi moderni. In agguato la nostra popolarissima Luisa Di Toma che questa volta si posiziona al 2° posto, ma porta comunque a casa altre 5 cartoline racconto de “Lo Scambio”. Ad un soffio da lei, Ilaria Romano con il suo Nino D’Angelo 2.0. 

 

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