agosto settembre 2021

 

Podio del Contest di agosto settembre 2021

 

 

La traccia di quest’estate è ispirata alle manipolazioni digitali del graphic-designer giapponese Shusaku Takaoka che si diverte ad immaginare alcune icone dell’arte nel mondo di oggi.

Una mattina un’opera d’arte si risveglia in carne ed ossa. Raccontateci cosa accade. Che aspetto avrebbe la Mona Lisa se la incrociaste in metro? E Van Gogh? Se ne andrebbe in giro con l’aria da snob?

 

Gianluca Wayne Palazzo

 

Il giudice d’onore di questo settembre è un insegnate di lettere e uno scrittore. Anzi uno storyteller a tutto tondo, che con le parole ricalca alcuni angoli di mondo, di vita e delle persone, e il resto lo lascia fare alle zone d’ombra.
Gianluca Wayne (perché così lo chiamano gli amici) Palazzo si è laureato in Storia e critica del cinema per poi conseguire un dottorato di ricerca in Letteratura Italiana all’università La Sapienza di Roma. Ha alle spalle uno stage alla Scuola Nazionale di Cinema, un master per sceneggiatori RAI/Script e un corso di formazione della Regione Lazio come Direttore di produzione cinematografica. Ha collaborato con la Rai e con alcune case di produzione cinematografica e televisiva, firmando soggetti e sceneggiature per serie tv e cortometraggi. Ha contribuito alla sceneggiatura del film di Giuseppe Papasso Un giorno della vita e scritto per le riviste di cinema Taxi Drivers e Schermaglie. Ha pubblicato i racconti Gli undici addii (Amande, 2018), e i romanzi Il contrario di tutto (Voras Edizioni, 2009), Il paradosso della Luna (Il Seme Bianco, 2017); Idiota è una parola gentile (L’asino d’oro, 2019) — vincitore per la giuria popolare nella quinta edizione del Premio Lugnano. Il suo ultimo romanzo, La fine del mondo, è in uscita a breve. Il tutto senza smettere di insegnare lettere ai ragazzi delle scuole medie romane.
Quando gli abbiamo proposto di essere il nostro giudice d’onore di settembre ha accettato con entusiasmo e noi non vediamo l’ora che legga i vostri racconti estivi.
P.S. Noi, nel frattempo, vi consigliamo di leggere qualcosa di suo, di godere della sua “scrittura a rilievo” che quasi si tocca.

 

PODIO DI AGOSTO SETTEMBRE 2021

Il nostro giudice d’onore di settembre, Gianluca Wayne Palazzo, ha letto con attenzione tutti i vostri racconti e ha selezionato i tre che lo hanno colpito di più per scrittura e invenzione. Ecco a voi il suo podio tecnico con annesse motivazioni:

 

1° classificato: “Cielo stellato” di Bastio

Perché la fusione di stelle, carne e malinconia struggente dà una immagine potente di che cos’è l’amore.

 

 

Intervista al nostro primo vincitrice, il Breve Scrittore Felice di agosto-settembre 2021: Bastio

Fresco vincitore della medaglia di bronzo del luglio scorso, Bastio è riuscito a salire sullo scalino più alto del podio. Ci ha confessato di essere felicissimo; l’ultima volta che lo avevamo sentito sembrava quasi infastidito per essere stato premiato per il racconto sbagliato, ma questo suo ultimo scritto, su un Van Gogh che si reincarna tatuatore bisessuale in Florida, gli sta a cuore.
“Sono soddisfatto di questo racconto. C’è tutto quello che volevo ci fosse: la mia idea di artista, la passione per i tatuaggi, quel macello che è l’amore… Alla fine, nel corso della vita, sfioriamo tutti la persona più giusta e quella più sbagliata per noi e molto spesso finiamo per stare con la seconda. Quelli che azzeccano la scelta sono molto pochi. Non sapevo come sarebbe finito il racconto quando l’ho iniziato, volevo solo far rivivere Van Gogh in un ambiente in cui essere eccessivamente intenso e idealista è un plus, non un ostacolo. E volevo che trasparisse anche la sua lunarità, il suo essere in guerra con la materia e il preferirgli tutto ciò che trascende. E invece è diventato quasi un racconto d’amore. L’amore per il gesto artistico, che per Van Gogh era sacro, per l’attesa della giusta ispirazione, per le muse, tutte quante, e per i nostri angeli custodi. Ognuno ne dovrebbe avere uno, sulla terra o nei sogni non fa differenza…”
Bastio ha ragione: il suo racconto contiene tutte quelle cose e le pennella sul foglio a spatolate forti, corpose, quasi da mangiare nei punti in cui sono in sovrabbondanza, Starry Night docet.
In redazione ci ha colpito l’armonia tecnica e stilistica di quel po’ po’ di trambusto emotivo su carta e abbiamo tutti pensato, senza avere il coraggio di dirlo ad alta voce, che se Van Gogh potesse leggere il racconto vincitore del nostro settembre si piacerebbe un sacco nella sua veste da tatuatore, si strizzerebbe l’occhio e forse alzerebbe la cornetta un’altra volta per chiamare suo fratello Teo e parlargli di Eva.

 

“Cielo stellato” di Bastio

Sollevò l’ago e asciugò il sangue.
Stava venendo bene.
Il cliente gli aveva chiesto un tornado ma a lui ricordava un sole, uno di quelli che butti giù assieme a una birra all’ora del tramonto per trovare la pace dentro a un colore intenso.
L’uomo si mosse e l’ago disegnò una linea curva inattesa.
“Cazzo.”
Si fermarono entrambi. Vincent non sbagliava mai, aveva la mano migliore di tutti in Florida. Per le riviste specializzate era il miglior tatuatore d’America, il Van Gogh dell’inchiostro su corpo.
“E ora che si fa?” – chiese il cliente.
“Ora si lascia che decida la tua pelle, che sia lei a svelare il disegno che hai tatuato dentro da sempre.”
Vincent si accese una sigaretta e si versò del rum scuro nel bicchiere.
Fissava il cielo dalla finestra del suo studio alla ricerca di ispirazione.
Adorava lavorare di sera tardi, ma forse l’età iniziava a pretendere qualcosa indietro dal suo talento.
Beveva troppo, fumava due pacchetti al giorno e soffriva di insonnia; era stata la sua mano a tremare o veramente c’era un’opera d’arte sotto quella pelle che aveva deciso di uscire allo scoperto?
Gli era capitato la prima volta a 21 anni quando aveva tatuato Eva, la prima e unica donna che avesse mai amato.
Lei voleva un falco perché sognava la libertà e invece dall’ago erano scaturite due ali d’angelo perché in realtà Eva era nata per proteggerlo.
Si erano amati fino alla fine e ritorno, fino a quando Vince aveva conosciuto Rio, un giovane pittore portoricano che non sanguinava quando lo tatuava, urlava di piacere.
La loro storia era stata la prima e la più bella tra tante, imprevedibile, lottata, tenera la notte, burrascosa ogni giorno; Eva il cuore che batteva nel mezzo, il ventre caldo da cui rinascere ogni volta.
“In genere quanto ci mette la pelle a decidere?… Non vorrei tornare a casa all’alba, domani lavoro presto.”
Vincent detestava i clienti che riducevano il suo lavoro a quello di un maniscalco. Non avvitava bulloni o riparava rubinetti, lui era un artista, un tramite tra la carne e lo spirito, tra la terra e le stelle.
Fissò il cielo un’ultima volta e le vide: sembravano tenersi per mano per farsi coraggio. Ecco di cosa aveva bisogno quell’uomo: di coraggio, e non di agende in cui inscatolare la vita.
“Torna domani sera allora, non lavoro a tempo.”
“No, domani sera parto, dev’essere finito entro stanotte.”
Lo avrebbe infilzato con l’ago, lasciato sporco di sangue sul lettino alla vana ricerca del numero di telefono del suo avvocato nella rubrica del cellulare.
Gli fece pena, gli ricordò quell’amico di Rio con cui aveva tradito entrambi, se stesso e l’amore: Nathan, un croupier al Seminole Casino di Tampa che sapeva solo vivere di numeri, di calcoli, di percentuali e banconote contate, e che lui credeva di poter salvare in una sola notte diversa.
“Stai fermo.”
L’ago disegnò tanti soli come il primo, solo più piccoli, uniti tra loro da sottili fili d’inchiostro. Il petto sembrò brillare sotto la mano di Vincent, illuminandosi nella penombra.
Asciugava il sangue e proseguiva, si versava da bere e ne versava un bicchiere anche per il cliente.
Alle tre aveva finito: un cielo stellato sul torace di chi non sapeva sognare.
“Tieni. Guardati. La tua pelle ha deciso.”
L’uomo fissò lo specchio e non riuscì a chiudere gli occhi davanti a quello spettacolo. Aveva chiesto un tornado e adesso ne avvertiva uno dentro, nello stomaco, una scarica di spilli che lo scuotevano alterando il respiro.
“Cazzo.”
“Già. Quando è la pelle a decidere è come andare ad un appuntamento al buio e scoprire chi siamo davvero negli occhi di un altro.”
“Sei un genio Vincent! Mi avevano detto che eri il migliore, ma io non credo mai agli altri…”
“Lo so, credi alle sfide perché ti fanno sentire coraggioso. Mentre il coraggio è credere nella morte, nella disperazione, nella solitudine, nella nostalgia. Loro sono vere, noi siamo un’invenzione della sopravvivenza.”
L’uomo lo guardò e poi fissò di nuovo lo specchio.
“Accetti assegni?”
“Accetto tutto tranne la mancanza di sensibilità.”
Lo pagò prima ancora di essersi rivestito e Vincent si pentì di avergli regalato un momento di pura arte che non si meritava. Fosse stato veramente chi voleva essere, un giustiziere dell’anima, l’avrebbe sgozzato e gli avrebbe inciso il petto per riprendersi ciò che non gli apparteneva.
Ma pensò a Eva, il suo faro, il suo grillo parlante, a tutte le volte in cui da sdraiati avevano parlato di attimi irripetibili, di gesti eterni, di sintonie arcane a cui non ci si doveva opporre.
“Se ami un uomo, non mi dispiace,” – gli aveva detto – “ mi dispiace che non ami più me. Non tutti sono attraversati da correnti di vita, Vincent. Alcuni restano per sempre sulla riva piatta dell’esistenza.”
Dio com’era bello parlare con Eva, fissare il cielo stellato e fecondarsi di idee a vicenda.
“Buona notte. Ricordati che hai un’orgia di stelle sul petto adesso, non puoi più fingere di contare qualcosa.”
L’uomo se ne andò sorridendo, Vincent prese in mano la cornetta.
“Sei sveglia?”
“Sto contando le stelle, Vincent, mi hai interrotto. Adesso dovrò ricominciare da capo.”

 

 

2° classificato: “La ragazza senza l’orecchino di perla” di Stefano Paiuzza

Perché nichilismo e autodistruzione hanno un ruolo primario nell’arte, e sono spesso lo scheletro delle apparenze più incantevoli.

 

 

Intervista al Secondo Classificato del contest di agosto settembre 2021: Stefano Paiuzza

Eccoci qui, con qualche riga per farvi conoscere meglio anche la nostra medaglia d’argento: Stefano Paiuzza, che si è scusato subito per non aver risposto alla nostra mail ma tende a guardare raramente la posta elettronica.
Stefano è un educatore professionale presso una Comunità Psichiatrica. Non è una penna ai primi gesti sul foglio, e non ci sorprende averne la conferma. Ha pubblicato due libri per la casa editrice Alhena di Torino e al momento sta lavorando sul terzo.
“Amo scrivere e sogno di poter un giorno campare di scrittura. Ho trovato molto stimolante il format del vostro contest e stimolante la traccia. Credo che parteciperò ancora alle vostre iniziative, sperando di fare ancora meglio e magari avere la possibilità di ricevere una pubblicazione. E poi adoro la graphic-novel per cui mi solletica l’idea di poter vedere la mia opera a fumetti.”.
Il suo stile crossover ha conquistato tutta la redazione: sia crudo che vaporoso, sporco, urbano ma anche latino, sudista, intimo. E il contrasto è accattivante. Tra di noi c’è chi ha intravisto un po’ di Bukowski, nella voglia di sollevare il tappeto della vita e mostrare a chi legge tutti i resti del vivere umano e chi ci ha pure rintracciato la poesia nostalgica di García Lorca, la presenza del surreale nella vita di tutti i giorni, nel trascendente. Qualcuno ha tirato in ballo, non a torto, Chuck Palahniuk, per l’incedere che ha Stefano sul foglio, nel ritmo spietato che a tratti si arresta per farti deglutire.
“Adoro mischiare gli stili. Da Benni a Palahniuk passando per Tondelli… Ognuno ha i suoi mentori.
Io ho sempre scritto, fin da bambino, ma mi sono messo sotto solo dopo i quaranta anni. Ho frequentato quattro anni di scrittura creativa presso la scuola Upaya di Torino ed eccomi qui.”.
Non c’è un’età per iniziare a scrivere, e fortunatamente non c’è un’età precisa per smettere; c’è solo un tempo indefinito e concentrico per continuare a fare meglio, come per il Gabbiano Jonathan Livingston.
E questa forse è l’idea di paradiso in terra per noi di Breve Storia Felice.
“Indubbiamente il racconto vincitore è ben scritto, con un plot degno di merito, e faccio i miei complimenti alla penna vincitrice. In generale devo dire di aver trovato un livello alto nelle narrazioni…”.
Non potremmo essere più d’accordo con Stefano e più vogliosi di leggerlo ancora.
Come dice Chuck Palahniuk: “Moriamo tutti, non ha senso inseguire il sogno di una vita eterna. Ciò che ha molto più senso è provare a creare qualcosa che sia capace di sopravvivere per sempre”.

“La ragazza senza l’orecchino di perla” di Stefano Paiuzza

Mia nonna era ancora calda, avvolta nel miglior vestito, poggiata fra corone di fiori nauseabondi e velluti e assi di legno pronte al dominio dei vermi. Le ho rubato quello splendido monile intarsiato di perla maiorchina dal cassetto della credenza, per una frazione di secondo ho pensato mi stesse mirando con sdegno. Ho sperato potesse parlare ancora, parlare più forte della sordità che si cela nel senso di colpa, parlare perché non sento più nulla da troppo tempo. Mi sono specchiata. Ho indossato il turbante ceruleo che la mascherava malamente dai segni della chemioterapia e mi sono ricoperta del color rame della sua mantella con la quale soleva fronteggiare l’autunno e la spazzatura in TV. Mi sono vista diafana, con gli occhi grandi come crateri lunari, mi sono morsa le labbra per baciare me stessa, io e quella perla eravamo la stessa luce appesa a pochi grammi di carne ma lo sfondo del mio riflesso è nero come i canali di Amsterdam nelle sere novembrine. Sono scesa in strada, dopo venti minuti ero già strafatta di crack. Un pusher nero del Suriname si era intascato l’orecchino di perla con la manchevole grazia di un rigattiere in fallimento. Il più prezioso fra i ricordi di chi ti ha cresciuto in cambio di una manciata di fiorini da gettarti nei polmoni. Avevo ancora i vestiti di nonna addosso. Sgridami nonna, parla più forte, non sento più nulla, sono solo una ragazza senza l’orecchino di perla. Ho passeggiato per ore. Prima ho provato una enorme euforia e mi sono sentita una musa, una sibilla d’Olanda da mostrare nei secoli al mondo. Sono entrata al Bulldog, due turisti americani mi hanno offerto da bere. Ho chiesto se gli andava di scopare. Hanno accettato e poi ci siamo fatti un’altra botta di crack nei cessi. Ho vagabondato, poi deve essere salito l’effetto dell’eroina perché due sbirri mi hanno raccolta all’alba da una siepe dove mi ero infilata come un parassita. Svanito l’effetto ho cercato l’orecchino sfiorando il lobo. Ero la ragazza senza l’orecchino di perla. Ho cominciato a grattarmi come se sciami di insetti stessero scavando dentro me le porte dell’inferno. Poi sono andata in centro, ho sezionato un cartone marchiato Heineken e mi ci sono inginocchiata sopra. Speravo che l’effetto clochard amplificato dal vestiario di nonna, oramai sozzo, fuori moda e ridicolo come i settantenni in cerca di orgasmi nel quartiere rosso, mi avrebbe fruttato qualche spicciolo prima che l’astinenza si presentasse puntuale come l’orologio in piazza Dam. A fine pomeriggio la clemenza dei giapponesi in cerca di una foto e del perdono di qualche Dio mi hanno portato abbastanza fiorini per “coprire” la notte.Il nero del Suriname mi aveva avvertito: roba forte, vacci piano. Prova a pensare a una tossica vagabonda, ladra, vestita di stracci di una vecchia, toglile una perla e la dignità e mischia il tutto col freddo che scende dai canali, birra scadente, sensi di colpa e un corpo troppo dolce per quella vita. Ecco. Ora assaggiami e poi vomita.
Scendo verso il quartiere ebraico. Preparo frettolosamente carta stagnola, cucchiai e tutto ciò che serve a farsi di crack. La mia pelle è ancora fantastica come lenzuola nuove, un miracolo della genetica che oltraggio ogni giorno. Il fumo pervade in ogni poro, cocaina ed eroina si fondono con cellule viziose al servizio di un tempo perduto. Il nero del Suriname aveva ragione. Una “botta” fortissima. Tachicardia, respiro corto, cefalea violenta e poi mi soffoco collassando nel mio stesso vomito. Sono solo una ragazza senza l’orecchino di perla, sussurro alla coscienza prima di abbandonarla.
La gente fa la fila per ammirarmi. Mi scrutano in ogni sfumatura cromatica. Sono bellissima e preziosa come poche, pare che solo una certa Lisa in Francia abbia così tanti seguaci. Dodicenni in gita scolastica, uomini in doppiopetto e baffi all’insù, studentesse universitarie invidiose della mia luce, tutti mi cercano e mi aspettano impazienti in coda mentre io accenno un sorriso, immobile sotto lampade dai toni morbidi e teche a temperatura perfetta. Se solo sapessero il freddo che ho patito, lo squallore della mia vita, la slavina che travolge i brandelli di gioventù. Deve essere il Paradiso questo insieme di corridoi ove mi trovo.
Un mercoledì di novembre, poco prima della fine dell’orario visite, un’anziana distinta, nascosta in un cappello dalla tesa larga, si avvicina lenta. La testa è china. La solleva, leva il cappello.
Nonna! Sei tu! Avrei voluto urlare la mia meraviglia, la mia incredula gioia ma non una parola poteva uscire oltre quella teca.
Mi guarda fissa per attimi eterni. Allunga la mano e con indice e medio laccati di rosso oltrepassa le barriere, gli allarmi non suonano con mio sommo stupore, si avvicina al mio orecchio sinistro e strappa l’orecchino di perla. Sento un dolore intenso nonostante io sia solo olio su tela. Non dice una parola. Lo indossa guardandomi fissa. Pare soddisfatta. Prima di andarsene prende dalla borsa in coccodrillo una busta di polvere bianca, la scuote, sorride beffarda, la apre e me la cosparge sul turbante deturpandomi per sempre. Vorrei piangere. Non posso. Sono la ragazza senza l’orecchino di perla.

 

3° classificato: “La Principessa e il Maesrto” Virginia Coral

Perché la bellezza eternata nel marmo è uno degli antidoti umani più efficaci contro l’effimero e la mortalità.

 

Intervista alla Terza Classificata del contest di agosto settembre 2021: Virginia Coral

“Ringrazio il giudice per questo riconoscimento. Con tanti racconti originali e fantasiosi, la sfida si fa sempre più dura.
Tempo fa visitai la gipsoteca di Possagno, dove sono raccolti i gessi delle opere di Canova. Fui catturata dalla bellezza di quelle sculture, candide come la luna. Non erano solo perfette. Possedevano una luce che sembrava sprigionarsi dall’interno, come se il maestro avesse affidato loro parte della sua anima. Non poteva trattarsi solo di abilità e tecnica, no, c’era qualcosa di più. Un misto di sofferenza e amore, di genio e bizzarria. Il lavoro di un visionario.
La guida raccontò che Paolina Bonaparte, a chi le chiedeva per quale motivo avesse posato nuda per Canova, rispondeva: “Lo studio del maestro era deliziosamente riscaldato.”. Fascino e ironia cui nessuno poteva resistere, neppure un grande artista.
In quel momento pensai che prima o poi avrei scritto qualcosa su questi due personaggi e sulla loro storia, tanto breve, quanto chiacchierata…”
Tornò da me. Sentii il calore della sua pelle, mentre percorreva la mia superficie, leggendo i punti di luce e i coni d’ombra, le trasparenze e le asperità. La sua mente mi aveva già scolpita.
Così fa raccontare alla Venere Vincitrice, Virginia Coral, mentre si riferisce al Canova.
Le stesse parole si potrebbero adattare a Virginia ogni volta che appoggia i polpastrelli sulla tastiera del suo computer per partecipare ai nostri concorsi: la sua mente ha già scolpito la storia, il resto è frutto dei suoi allenatissimi muscoli creativi.
I compositori musicali, all’apice del loro percorso artistico, si affidano proprio ai loro muscoli creativi per scalare anche l’ultima montagna del loro talento e vedere cosa succede nella discesa. Per il resto del mondo stanno andando a memoria, in realtà stanno sfiorando quella membrana sottile che separa la tecnica dall’arte. In questo racconto ci è sembrato che Virginia abbia fatto esattamente questo: che abbia scalato la montagna della sua creatività e abbia contemplato il panorama quanto bastasse per tornare a valle per una strada diversa, stupendosi per prima.
La misura che caratterizza ogni suo scritto è evidente dalla prima all’ultima parola, la sua eleganza brilla in ogni riga, ma è la storia a prendere corpo, ad abbandonare la perfezione con cui Virginia l’aveva scolpita nella mente per rivestirsi di carne e parlare dritto al cuore di chi legge – proprio come accade alla Venere Vincitrice nel suo racconto.   
Non è una magia riproducibile a comando, o seguendo una ricetta precisa; scrivere non è una scienza esatta, ma ogni discesa di Virginia dalla “sua montagna” vale sempre la pena.     

 

“La Principessa e il Maesrto” Virginia Coral

Il marmo ha un cuore. Piccole venature silenti percorrono invisibili la materia, come una rete di vasi sanguigni. Gli artisti le cercano passando le mani ruvide sulla superficie, le percepiscono e ne leggono i messaggi nascosti. La loro inconsapevole sensibilità riconosce il pezzo nato per diventare un capolavoro. Quel giorno ero ancora un blocco di materia grezza e informe, ma avevo già una vita interiore, una coscienza che mi permetteva di sentire e vedere quello che succedeva intorno a me. Ero bianca come la luna, al buio sembravo brillare, quasi che nel mio nucleo albergasse un’anima luminosa.
Quel pomeriggio, il maestro studiava dei fogli ingombri di bozzetti e nel contempo mi accarezzava, facendo scorrere le dita forti tra le minuscole imperfezioni. Si soffermava sulle ferite inferte da coloro che mi avevano strappato con brutalità al fianco della montagna. Cercava la mia essenza per capire se avrei generato un’opera immortale. Aveva l’aria di chi vive in un mondo parallelo, fatto di aeree visioni. Gli occhi scuri erano sovrastati da folte sopracciglia. I lineamenti nervosi mostravano una mente inquieta, tormentata da ricordi dolorosi e da scintille di genio. Le labbra carnose tradivano una sensualità latente, nascosta tra le pieghe della rettitudine.
Bussarono. Un servo, curvo sotto il peso degli anni, aprì la porta dello studio senza attendere la risposta e fece entrare l’ospite. Canova alzò lo sguardo e si staccò da me a malincuore.
“Maestro, sono qui.” – sussurrò una voce vellutata.
“Principessa,” – esclamò lui avvicinandosi alla donna e baciandole la mano impacciato – “Scusate se non sono venuto ad accogliervi. Stavo scegliendo il marmo capace di rendere eterna la vostra bellezza. Accomodatevi sul divano. Concedetemi ancora un istante.”.
Tornò da me. Sentii il calore della sua pelle, mentre percorreva la mia superficie, leggendo i punti di luce e i coni d’ombra, le trasparenze e le asperità. La sua mente mi aveva già scolpita. Sentivo di amarlo. Sognavo che dopo avermi creata si sarebbe sdraiato accanto a me e saremmo stati una cosa sola, come Pigmalione e Galatea.
Paolina nel frattempo si era adagiata sui soffici cuscini di velluto rosso. La osservai: era una creatura perfetta. Il corpo si muoveva soave, come le ali di un angelo. I lineamenti del viso erano sottili e raffinati. Lo sguardo però aveva un che di sfrontato, era l’espressione di chi sa di suscitare stupore, di chi è oggetto indiscusso di ammirazione. Il tepore della stanza le arrossava le guance. Si tolse lo scialle e poi si liberò del corsetto. Infine fece scivolare la veste, scoprendo i seni e il ventre. La nudità accresceva il suo fascino, come se gli indumenti avessero mascherato parte della sua bellezza. Sentii in quel momento tutto il peso della materia di cui ero composta, l’inerzia e la rigidità di cui ero prigioniera. Come avrei potuto rispecchiare l’incanto di quelle forme?
Il maestro alzò la testa e rimase attonito, le pupille dilatate, la bocca vuota di parole, paralizzato dalla perfezione di quel corpo.
“Principessa…”, mormorò sconcertato. Mi voltò le spalle. Sembrava una falena attirata da un lume. Si avvicinò a lei e la prese fra le braccia. Mi chiusi nel mio nucleo di immobilità e non volli vedere altro.
Nel giro di qualche settimana Canova finì il lavoro: solo il suo talento avrebbe potuto trasformarmi in un essere così meraviglioso. Ero divina come Afrodite. La sera prima di inviarmi a palazzo Borghese, entrò nello studio e mi venne vicino. Non so se vedesse me o il ricordo di Paolina. Si inginocchiò. I suoi occhi erano umidi. Avvicinò la sua bocca alla mia. Mi sfiorò le labbra e passò le mani delicate sui seni e sul ventre. Poi coprì le mie nudità con uno scialle di seta.
Quando se ne fu andato, radunai tutte le forze e mi sollevai dal supporto. Fu doloroso come staccare un masso dalla roccia a mani nude. Minuscoli frammenti di marmo rotolarono a terra. Mi misi di fronte allo specchio.
“Sono l’immagine della bellezza pura,” – pensai – “ma non ho avrò mai il calore e la sensualità della donna che rappresento.”. Ipotetiche lacrime sgorgarono dai miei occhi.
Un colpo di vento aprì la finestra e un raggio di luna mi illuminò.
“Forse non c’è solo buio nel mio destino.” – mi dissi – “Il tempo non potrà mutare le mie forme, né corrompere la materia di cui sono fatta. Sarò custode e icona dell’arte del maestro, sarò ammirata per secoli. Paolina, invece, soltanto per pochi lustri.”.
Mi aggrappai a questo pensiero e tornai al mio posto.

 


MENZIONI D’ONORE AGOSTO SETTEMBRE 2021

Questo mese volevamo ringraziare calorosamente tutte quante le nostre penne felici che di fronte ad una traccia forse più complessa del solito si sono gettate senza rete di protezione e si sono fatte trasportare da immaginazione, cimento e pensiero critico, tre cose che al giorno d’oggi sembrano soccombere in ogni ambito del vivere.
Grazie. Grazie. Grazie.
La redazione aveva sulla scrivania almeno il doppio delle menzioni concesse, ma come al solito abbiamo dovuto limitarci a tre soli racconti citati.

 

Kabul di Sasha Grey

Sasha Grey sa raccontare le donne senza raccontarle. Ci aveva già regalato un’indimenticabile LadyD, in Kabul la sua Monna Lisa afgana è un’icona che sanguina libertà e rifugge da ogni retorica su carta. Un bacio su una ferita.

 

Alanis di Marina Belli

Marina ha ribaltato il presupposto della traccia immaginando un’arte più viva di noi nonostante e oltre la tela. La sua Gioconda ha gli stessi crucci e gli stessi sogni di una ragazza in carne ed ossa. Ha solo molta più esperienza. Scritto col metronomo che ticchetta dentro al cuore.

 

Scream di Groucho

La solita chirurgica capacità di creare personaggi autentici, perfettamente imperfetti, combattuti tra dentro e fuori, essere e non essere, insostenibili leggerezze e pesantezze. Di sottofondo l’11 settembre digerito e non più vomitato. Chapeau.

GIURIA POPOLARE di AGOSTO SETTEMBRE 2021

 

Questo settembre abbiamo sforato per numero di like e visualizzazioni! Rullo di tamburi per il vincitore indiscusso del concorso con ben 218 like complessivi tra cuori di Instagram e pollici alzati di Facebook: “La morte dell’immortale” di Aurora Annunziata, un racconto ben congeniato, ben scritto e controllato fino al punto finale. Brava! Al secondo posto con 77 like complessivi: “Erotikhamburg del Viandante” di Paola Montorfano, che era tra i finalisti della giuria tecnica e ha rischiato di finire tra le menzioni d’onore fino all’ultimo. Complimenti a Paola per una storia che ha conquistato la redazione. Subito dietro per like della giuria popolare la medaglia d’argento Stefano Paiuzza con il suo racconto “La ragazza senza l’orecchino di perla” (66 voti) e Giovanna Adelaide Busacca con il suo Decamerone 2.0: “Cogito ergo sum”… forse.

Partecipa!

Iscriviti e partecipa!

La partecipazione richiede un pagamento di 15€ e la registrazione al sito, che la prima volta avverrà in fase di checkout.

Share This