aprile 2020

 

 

Il nostro giudice d’onore Giulia Ciarapica, critica letteraria per Il Foglio e scrittrice per Rizzoli ha eletto il suo podio di Aprile:

 

 

 

Vince a mani basse “Piccola” di Ste, primo classificato: il racconto si fa forte di una scrittura nitida, scorrevole e molto contemporanea, ma senza sbavature di alcun tipo. Racconto distopico sì, ma può sembrare perfino “normale” per l’assurda tragicità di questo momento storico. Una distopia nella distopia che mi ha molto colpito.

 

Intervista al nostro primo vincitore, il Breve Scrittrice Felice di aprile: Ste

Ste è la nostra penna di più lunga data. La detentrice del numero più alto di partecipazioni ai nostri contest, nonché Breve Penna Felice di Ottobre 2019 con un racconto altamente onirico e ironico come tutti i suoi scritti. Questo mese non ha fatto differenza, prendendoci alla sprovvista un’altra volta quando abbiamo individuato riga dopo riga l’angolo bizzarro da cui inquadrava anche questo nocciolo della faccenda.
“Volevo raccontare di come mi sento in quarantena. In isolamento ho avvertito la sensazione di spogliarmi di tutte quelle sovrastrutture che a volta vivevo come forzature nella vita di tutti giorni pre-virus. L’immagine che avevo in testa era proprio quella del rimpicciolire, fino ad arrivare all’essenza di me stessa. Vedere la mia casa cambiare perché mi riappropriavo di quegli spazi, vestirmi con nuovi vestiti, utilizzare le cose e i pensieri in un modo nuovo, più appropriato alla nuova me. È da qui che è nata Piccola, dove piccola lo ero davvero! Prima di questo racconto avevo buttato giù un paio di bozze, ma non mi convincevano, poi una domenica mattina mi è balenata in testa un’illuminazione e ho scritto per un’ora e mezza fino al sopraggiungere della soddisfazione…”.
Ste è una delle nostre penne più istintive, la flash-fiction al suo meglio è acciuffare un attimo interiore e costruirgli una trama attorno perché possa provare a volare anche dentro a qualcun altro.
Mission Accomplished.

“Piccola” di Ste

Piccola, ecco come è diventata, piccola.
Ma non piccola di spirito o nell’anima, si è proprio ridotta.
Non che sia mai stata alta, sulla carta d’identità aveva scritto 1 metro e 60, ma in realtà ha barato, due centimetri in più di bugie per fare cifra tonda.
Ora arriva a malapena a 20 cm.
Tutto cominciò un mese fa più o meno, all’inizio di questa quarantena forzata. Inutile che entri nei particolari, li conosciamo tutti molto bene.
I primi giorni sentiva qualcosa che non andava, un disagio quasi fisico che le prendeva lo stomaco e si accentuava quando percepiva l’euforia collettiva provenire dai balconi. La chat condominiale impazziva per decidere la canzone da cantare il giorno dopo, applausi alle 18, lumini alle finestre alle 20 precise.
Forse ha cominciato a ridursi il giorno in cui la sua dirimpettaia l’ha invitata ad unirsi ai cori.
A pensarci bene quella sera non riusciva più ad attaccare l’accappatoio al gancio dietro la porta del bagno. Lì per lì aveva dato la colpa al mal di schiena, ma nei giorni successivi i sintomi si fecero più evidenti. I vestiti cominciarono ad andarle larghissimi e una mattina non riuscì più a vedersi nello specchio, neanche saltando o prendendo la rincorsa e volando oltre il lavandino verso la finestra.
Chiamò il medico per cercare di capire se il rimpicciolimento potesse essere causato dal virus, ma lui la liquidò in fretta e furia dicendo che i tamponi venivano fatti solo a chi aveva sintomi come febbre alta, tosse e mancanza di respiro. Oddio, un po’ di respiro le mancò la mattina in cui si ritrovò spiaccicata sul pavimento dopo essersi svegliata; era scesa dal letto e si era ritrovata a cadere nel vuoto. Un risveglio pessimo.
Non era un tipo che si scoraggiava facilmente, aveva delle grosse risorse; rimase sdraiata e cominciò a prendere coscienza della situazione.
Era diventata minuscola, in casa non arrivava più a niente, non riusciva a sedersi sul gabinetto, non arrivava alla maniglia del frigorifero, nella doccia si sentiva come sotto alle cascate del Niagara,
Ma su internet si trova di tutto, compreso un tutorial dal titolo “come scalare l’Everest senza esperienza”. La illuminò sull’utilizzo di carrucole e uso del piccone da arrampicata.
La sua casa adesso era enorme, si munì di zainetto e vi stivò dentro dei viveri, metti caso che dalla camera da letto alla cucina le fosse venuta fame o sete.
Il problema erano le videochiamate degli amici, non voleva farsi scoprire, ma loro continuavano a urlarle: “Non ti sentiamo, alza la voce!”. Aveva costruito un megafono con dei rotoli di cartaigienica che amplificavano la sua voce, e per l’immagine diceva che preferiva stare lontana dal telefono perché la luce dello schermo le faceva prudere gli occhi.
Non voleva farsi scoprire, cominciava a trovarsi bene in quella nuova dimensione.
Non aveva calcolato tutto, però.
Il 35° giorno di quarantena alle 15 e 47 il corriere di Amazon suonò al citofono. Pensò di non rispondere, ma aveva scelto con così tanta cura tutti quei vestiti che alla fine rispose. D’altra parte come rinunciare al set completo Barbie Carioca o all’eleganza dei vestiti Barbie in carriera.
Rispose usando il megafono nella speranza che il corriere rispettasse le misure preventive messe in atto per evitare il contagio, ma lui le disse che doveva scendere a ritirare il pacco. Si fece forza e utilizzando una mascherina chirurgica come paracadute si lanciò dal balcone planando con eleganza proprio davanti al furgone. Lui fu gentilissimo e con molta delicatezza finse di non accorgersi della sua altezza, ma mentre lei trascinava il pacco verso casa, lui la filmò postando tutto su Facebook.
In breve il video divenne virale e il suo telefono cominciò a squillare.
Le chiedevano interviste, servizi fotografici, i diritti per far diventare la sua storia un film.
Un giorno la chiamò perfino la D’Urso, voleva invitarla a pregare con lei nel suo programma.
E così pian piano uscì allo scoperto, e appena fu possibile mettere nuovamente piede fuori di casa, lo fece senza paura, indossando i suoi vestiti migliori e sfoderando un sorriso smagliante.
La cosa più incredibile tra tutte fu che grazie a quel video scoprì di non essere sola; tantissima gente in quarantena era diventata piccola.
Ora potevano uscire e osservare tutto da una prospettiva diversa.
Ah, un’ultima cosa, nel caso qualcuno volesse fare il furbo: l’utilizzo della mascherina chirurgica come paracadute l’ha già brevettato lei.

Secondo classificato: “A piedi nudi in autostrada” di Paola Merzaghi. Vince soprattutto per il tono autentico, poiché tocca un tema molto attuale (la lontananza dai figli) che non è necessariamente legata alla contingenza del Coronavirus. Molto ben scritto.

 

 

Intervista al Secondo Classificato del contest di aprile: Paola Merzaghi

La seconda classificata di aprile è la maratoneta che ci ha fatto venir voglia di correre nel contest di febbraio, una penna che funziona solo se vibra di autenticità, altrimenti non riesce a mettersi in moto.
Ma quando lo fa, ti tira dentro fino alle budella.
“Questo scritto è la fotografia della mia vita ai tempi del covid19. Riflettevo sul fatto che le istituzioni, i giornalisti, le tv avessero parlato per due mesi solo delle famiglie che durante questa pandemia potevano stare vicine e condividere il calore della casa.
Nessuno ha accennato ai genitori separati, al dolore di spartirsi i figli secondo le regole dei decreti.
Questo scritto mi ha permesso di raccontare il dolore di una madre che, avendo scelto di concludere un matrimonio perché è finito un sentimento, si è ritrovata nel 2020 a fare i conti con il giudizio sociale, il “rimprovero” silente dei ben pensanti e di tutti coloro che intimamente non concepiscono che una donna a 50 anni desideri ascoltare il suo cuore senza invecchiare con la bocca a filo d’ acqua della falsità.
Ho visto donne fintamente complici, indignarsi per il coraggio che loro non avranno mai, ho visto democratici del verbo non domandarsi un perché correndo subito al traguardo di conclusioni affrettate.
Insomma alcune cose si comprendono solo quando ti accadono.
La società non è ancora pronta per accettare realmente una donna che non sacrifica la vita sull’altare del bene…altrui.”.
Non è stato tutto da buttare, però, l’esperienza ha fatto emergere luminose le amicizie vere e l’appoggio incondizionato dei figli adolescenti.
“Fra tutti, loro sono stati quelli che più mi hanno accolta, capita e spronata alla serenità. Loro, che più di tutti avrebbero avuto diritto all’egoismo del chiedere, mi hanno donato la generosità dell’ascoltare. Forse perché ogni giorno vedono una madre presente con immenso amore.
Ci vuole un coraggio da leoni e tanta umiltà in questi giorni, ma spero che ogni donna non faccia decidere agli altri come vivere la propria vita interiore. Neppure a 50 anni.”.


“A piedi nudi in autostrada” di Paola Merzaghi

Il mattino ghiaccia l’aria qui in campagna. Luoghi cristallizzati nel tempo, ad un passo dal cielo, dove certi giorni non ti ricordi più che anno corre.
Mi dicevano che nel ‘45 gli sfollati abitavano queste case e la vita era scandita da piccoli rituali semplici: accendere il camino, accatastare la legna, acquisire pochi beni di consumo ed i bambini studiavano in casa, una manciata di occhietti vispi a guardar una maestra seduta al tavolo della cucina.
Tutto è cambiato, nulla è cambiato.
Sono solo passate le generazioni.
Oggi sono i miei figli chiusi fra le mura di questa vecchia casa, pareti intrise di storie famigliari.
Mi sveglio, preparo quattro robe da mettere in valigia, accendo la stufa, apparecchio la colazione e vi abbraccio stretto: la mia settimana è finita. Vado via da voi e quindi da me stessa.
Non mi volto, salgo in macchina, controllo di avere l’autorizzazione per cambiare residenza e città. Tutto è perfetto e certificato, ma la burocrazia non sana le maglie squarciate del cuore.
Che strano, tutti parlano delle famiglie raccolte intorno ad un tavolo ai tempi del Corona Virus, ma nessuno accenna alle famiglie sfrangiate dalla vita, quelle che sì, a sforzarsi si poteva tener duro, a fingere si potrebbe calpestar l’amor proprio, quelle che…. ma era così necessario?
Centinaia di luoghi comuni al megafono del quieto vivere, capitoli di falsità, pagina dopo pagina, a costruire la Bibbia dell’ipocrisia da servire calda alle nuove generazioni.
Eccomi invece, una coda veloce ai capelli spettinati, chiudo la portiera della macchina e arrivederci, ci vediamo settimana prossima.
Mi fermano ad un check point, i carabinieri si abbassano al finestrino leggermente e mi guardano in faccia. Bastano due parole, o forse son bastati gli occhi lucidi di una madre che ha appena lasciato i figli.
Insomma sono libera di muovermi come mi pare. Evviva.
L’autostrada è deserta, come il mio cuore.
Da fuori mi vedo camminare a piedi nudi sull’asfalto.
Sì, sto lasciando la casa di campagna a piedi, dentro ad una bolla emotiva che mi astrae da tutto. Ogni metro che mi allontana da voi brucia come carboni ardenti sotto ai piedi scalzi. Alla radio una musica che sa di mare.
Metto la quinta e mi concentro sull’eco delle risate che frantumavano i silenzi e la musica rap a tutto volume che mettevamo, liberi dal mondo, costretti da un virus, imboccati dall’amore, un cucchiaino alla volta di dolcezza, nutella e metti la sveglia che inizia la lezione on line.
I figli sono quella cosa che quando te li ritrovi nella vita non riesci più a capire cos’eri prima.
Ora adolescenti. Ti svegli un giorno e li guardi dal basso all’alto. Quello è il confine fra l’innocenza e la via della loro libertà.
Prendi delle grosse forbici da cucina e recidi il cordone ombelicale.
Non ti appartengono più. Amare, se ci pensate, non vuol dire appartenere, vuol dire custodire nel petto il romanzo di un legame e arricchirlo di pagine felici, capitoli difficili ma non metter mai la parola fine.
Adolescenti, meraviglioso innesto di piantine e fiori, di tutto un po’.
Sapete essere così profondi rimanendo in superficie. È un’attitudine che solo voi potete avere. Piccoli saggi dentro corpi goffi che masticano parole sgrammaticate.
Occhi consapevoli, bocche incapaci di dire.
Rossori per un niente, abbracci grandi, generosi di tutto.
Ma quanto vi manca la scuola? Non dico per i professori, dico per il giardino rigoglioso della vivace socialità. Intervalli a far scherzi ai compagni, panini alla cotoletta di plastica ma buoni da morire perché mangiati in compagnia.
Il virus ha sbattuto la porta in faccia anche a voi, di cui nessuno parla.
Gli anziani muoiono, i ragazzi trattengono il respiro.
Tornerà la primavera. Tornerò da voi. E adorerò starmene da sola alla Tv mentre voi chattate con gli amici della classe. Non mi importa che siate in camera chiusi nel vostro mondo, una madre sente battere il cuore dei figli anche dalla stanza accanto.

Terzo classificato: “L’altro tempo di Lidia” di Enrico Grossi. Vince questo terzo racconto soprattutto perché sembra un fotogramma tratto da “La ciociara”. Vero, schietto, inquietante e anch’esso vagamente distopico, perché il lettore è consapevole che si sta muovendo nel dramma attualissimo della pandemia ma sembra, a tutti gli effetti, di essere nell’immediato e pieno dopoguerra italiano.

Intervista al Terzo Classificato del contest di aprile: Enrico Grossi

Enrico è un sognatore. Accumula immagini, frasi, spunti, ispirazioni da tutto, soprattutto dai suoi film e dalle sue letture preferite.
“Sono cresciuto con la fantascienza. Ho un’intera collezione di Urania qui a casa, la collana di Mondadori dedicata al genere sci-fi…”.
Ci racconta di quando da bambino utilizzava la mancetta per comprarsi l’inserto settimanale, o i Gialli di Mondadori; giureremmo che stia sorridendo. La sua voce detta tutto: i tempi e i modi della nostra chiacchierata, i suoi pensieri, i suoi umori, ci sono cose su cui ha piacere di dilungarsi e altre su cui non vuole sprecare tempo. Anche il suo tono ha le stigmate del sognatore, di chi vive con un piede nella scarpa della vita concreta e l’altro a cavallo del drago della sua immaginazione.
“Ho letto molto e ho mangiato cinema. Blade Runner non so quante volte l’ho visto e considero 2001 Odissea nello Spazio un film senza fine. Ogni volta che lo rivedo mi sembra nuovo…Non so chi ha colto le citazioni nel mio racconto di aprile, ma ce ne sono ben tre: prima a I Sopravvissuti, un serial anni ’70 inglese ambientato in un mondo post-apocalittico, poi a John Wyndham, che in pochi conoscono anche se è un vero peccato. Mi sono ispirato al suo Il giorno dei trifidi. E infine c’è un riferimento anche a Primal, una serie televisiva animata più recente, del 2019. Non voglio passare per nostalgico, credo che anche oggi ci siano in giro delle belle cose, il problema è che ce ne sono troppe e per trovare quella che merita, perdi un sacco di tempo…”.
Enrico è un fiume in piena, è presidente di una squadra di hockey su pista, giornalista freelance da sempre, appassionato di scacchi – “anche se perde sempre” – gestisce il quotidiano online della sua città, Suzzara, che lui definisce una terra di confine, tra Emilia e Lombardia, fatta di nebbia e di gente capace di inventarsi e reinventarsi di continuo. E poi “avrebbe pure un lavoro come ce l’hanno tutti gli altri”, fa l’attacchino di manifesti. Ride mentre lo dice, come un Clark Kent dietro agli occhiali che si bea della consapevolezza di potersi trasformare in Superman quando in ballo c’è qualcosa che merita.
“Avevo già pubblicato tempo fa un’antologia di racconti di fantascienza che trovate su Amazon: Incubi e Immagini; poi avevo lasciato perdere per un po’… Fino a quando lo scrittore Roversi non ha deciso di organizzare il festival Nebbia Gialla qui a Suzzara. Io lo conosco da quando è bambino, i suoi genitori avevano una libreria e io trascorrevo un sacco di tempo lì dentro. Lì e in biblioteca, che era praticamente la mia seconda casa. Per il Suzzara Week ho seguito il festival; quando come ospite è arrivata la scrittrice specializzata in cronaca nera Adele Marini ho deciso di partecipare al loro contest noir. Poi siete arrivati voi. La cosa che mi piace di più di questi concorsi letterari e che ti legge un pubblico di non amici. Degli amici non ci si può fidare. La più grande soddisfazione è entrare in qualche libreria che vende il mio romanzo e scoprire che qualcuno l’ha comprato e l’ha apprezzato…”.
Ebbene sì, Enrico ha anche scritto un romanzo: Il Dedalo di Vauban, una storia noir di spionaggio in cui ha voluto omaggiare altri due tra i suoi film preferiti, I tre giorni del Condor, “dove Robert Redford e Faye Dunaway sono su un altro pianeta quanto a recitazione”, e Il Maratoneta.
Non ha mai paura di scrivere, quando ha un’idea la butta giù su un pezzo di carta e si lascia trasportare. Il suo racconto per noi, “L’altro tempo di Lidia”, l’ha scritto di getto, poi ha permesso a quella storia di fermentare piano piano, fino al giorno dell’invio, una settimana dopo. Il suo stile è febbrile, fatto di sprazzi di lucidità alternati al delirio, di immagini che ti vogliono stregare e mai convincere, di suggestioni che penetrano dal naso alla maniera degli odori e dei profumi.
Enrico puntava all’oro, Enrico punta sempre il più in alto possibile; del resto questo fanno i sognatori veri: ci ricordano di come si stava al mondo quando si aveva tutto il tempo possibile: pensando in grande e mai in piccolo.
Enrico ha 61 anni, ha scritto un romanzo a 60 e sogna di prendere un aereo che punta verso gli Stati Uniti per poter finalmente vedere un’agognata partita di NHL o NFL dal vivo.
“Da giovane sognavo di fare l’università in America. Fossi nato dall’altra parte dell’Oceano, forse sarei diventato un giocatore di football americano, ma sono nato al di qua, ai tempi della televisione in bianco e nero…”.
Nel suo racconto i protagonisti si gettano in una voragine per scappare dal presente del virus, nella vita vera, ci dice, “le parti buie, anche se superate, non sono cancellate totalmente, restano immagazzinate in qualche angolo della memoria”. Ci piace pensare che per Enrico valga la stessa cosa anche per i sogni.

“L’altro tempo di Lidia” di Enrico Grossi

A Lidia, sopravvissuta alla peste del Corona al tempo del web, ritornano i flash della vita normale, quando il mondo era entrato in agonia. TV e radio spente, la collaborazione tra stati fallita, la guerra al virus ufficialmente persa.
Cammina sola sulla strada, tra auto ferme, vetri rotti, lamiere arrugginite. Il 70% della popolazione mondiale se n’è andata nel giro di un anno, e chi non è morto di Corona è defunto in un modo ancora più atroce. I governi sono caduti, branchi di gente impazzita vaga in cerca dell’infettato da eliminare. I sintomi sono visibili: pelle rossastra, tosse, catarro color sangue, incapacità di articolare un discorso completo.
Dopo la seconda mutazione il virus è diventato implacabile. Gli ospedali sono lager dove si aspetta solo di morire. Lei è tra i guariti e in quel tramonto di civiltà i sani uccidono chiunque esca in cerca di cibo.

Lidia è sola, con il suo trolley e un fucile, ha imparato ad uccidere per difendersi.  La vita di prima è solo un ricordo. I genitori, la scuola, i viaggi, Alessio, il suo ragazzo conosciuto in vacanza e defunto nel primo giro di pandemia. Poi è toccato ai suoi parenti, agli amici; per lei è arrivata l’intubazione, la guarigione poco dopo, giusto in tempo per vedere il mondo crollare.
Piove, trascina il trolley fino a una zona industriale. Entra in un capannone e vede una coppia attorno al fuoco intenta a rosolare un coniglio.

“Ciao chi sei?” – la donna le sorride, il volto segnato dalle rughe.

“Mi chiamo Lidia. Sto cercando un po’ di caldo e compagnia.”

“Io Franco, lei è Gilda, mia moglie, avevamo un figlio Paolo, ma è morto.”

L’uomo affonda il pugnale nel coniglio, ne taglia un pezzo e lo offre a Lidia.

“Se hai qualcosa anche tu?”

Lidia affonda la mano nel trolley ed estrae delle bottiglie di birra.

“Dove sei diretta?” – Franco le allunga un altro pezzo di coniglio.

“Non so, voi?”

“Noi a nord, sulle Alpi, i monti sono gli unici posti dove gli infetti non arrivano.”

La pioggia termina, la coppia dorme nella carcassa di un’auto, Lidia nel cassone di un camion. D’improvviso un rumore rompe il silenzio. Lidia si desta di scatto, estrae il fucile e oltrepassa i rottami. Un giovane uomo sta lottando con un grosso gatto, forse una tigre. Sta per soccombere. Lidia spara un colpo in aria e il felino le mostra i denti a sciabola. Si ricorda dei libri di scuola. È uno smilodonte, una specie scomparsa da millenni. Anche la coppia è giunta sul posto. Il felino si gira per aggredire Lidia, ma il secondo colpo di fucile gli spappola il cervello.
L’uomo a terra tossisce, ha il volto tempestato di ferite.

“Sto per morire, è solo questione di tempo…”

“Da dove viene questo felino? È scomparso da millenni.”

“Da là dietro,” – indica verso il muro – “c’è un varco, un vortice denso… mi chiamo Alex, sono alla fine…”

A sentire il nome lei rabbrividisce.

“Io Lidia, sono una guarita” – e con una mano ricarica il fucile.

“Lidia spostati, finisco questa feccia.” – Franco estrae una pistola.

“Io non lo farei” – Lidia punta la doppietta verso di lui.

“Quello ti infetta, è carne da bruciare.”

“Ha ragione, lasciami al mio destino” – ribatte Alex tossendo.

L’uomo cerca di premere il grilletto, ma Lidia è più veloce. La pallottola lo colpisce in mezzo alla fronte.
Lidia raccoglie il trolley, lo zaino e aiuta Alex ad alzarsi.

“Da dove hai detto che veniva?”

“Da là, vieni.”

Al centro di un muro fatiscente c’è un foro con i bordi in silicone che emana luci policrome.

“Da qua l’ho visto apparire.” – tossisce sputando sangue – “Il Corona mi sta terminando.”

“Stranissima anomalia” – ribatte Lidia, ma Alex non si ferma.

“Io mi getto, mi resta poco, magari in mezzo a quella sostanza la morte è dolce.”

“Che fai, sei pazzo?” – cerca di trattenerlo senza successo, la trascina nel vortice mentre il buco si richiude alle loro spalle.

Riprende conoscenza, stesa sulla riva di un lago. Oltre le montagne, coperte da una vegetazione lussuriosa, un grosso Mammut peloso si abbevera sulla riva. Alex è di fianco a lei, sono vivi entrambi.

“Siamo in paradiso?” – chiede Alex risvegliandosi, il suo volto è sano, la tosse sparita.

“In paradiso ci si va da morti.” – risponde Lidia – “Siamo vivi in un altro tempo, uno sano e possibile.”

MENZIONI D’ONORE

“GIORNO TRENTASETTE” di Simone Delos

Per le atmosfere orwelliane e lo stile impeccabile. I due maiali della Fattoria degli Animali sono stati sostituiti da un bulldog e il suo padrone notaio, ma il surreale sottende una denuncia elegante e ancor più paradossale dei nostri giorni di quarantena.

 

 

“In cerca di affetto” di Gabry78

Per il verismo urbano del racconto che si prefigge di descrivere la realtà della quarantena senza abbellirla, falsarla o nasconderla dentro a un’allegoria. La miglior fotografia imparziale di questi giorni.

 

 

“Solo Profano” di MetaMorfosi

Perché è un vero racconto in trance creativa, dove chi scrive lascia sbizzarrire la fantasia disciplinandola al contempo. La web-confessione del Califfo è degna di William Burroughs.

 



I VINCITORI DELLA GIURIA POPOLARE

 

Al primo posto con 124 voti complessivi tra Instagram e Facebook si aggiudica l’orologio a parete adesivo “Lievito ma non volo” di Brunella Berardi con il suo sarcasmo sociale in pillole, mentre al secondo posto con 81 voti incoroniamo la Penna Felice più giovane di sempre a un contest di BSF, Elena Viola, con il suo racconto “Immobili”. 12 anni e la capacità di saper cogliere “ciò che è importante che resti”, sia sul foglio che nella mente.


 

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La partecipazione richiede un pagamento di 10€ e la registrazione al sito, che la prima volta avverrà in fase di checkout.

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