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novembre 2021

 

Podio del Contest di novembre 2021

 

 

Per la traccia di novembre ci siamo ispirati al libro di Caterina Costa – in arte Cheit.jpg“Io, i miei mostri e me” in uscita per Becco Giallo proprio questo mese.
Caterina Costa, instagrammer e autrice di webcomics, nelle sue strisce a fumetti racconta senza filtri le ansie, le paure, le inquietudini, le sofferenze dei ventenni di oggi.
Noi chiediamo a tutti voi un racconto lampo su “I nuovi mostri”, non più draghi, Hitler, Freddy Krueger, etc., ma le vostre ansie interiori, i vostri incubi ricorrenti o paure, la paura di non appartenere, di non piacere, del prossimo, e chi più ne ha più ne metta.
Caterina è un’autrice dall’enorme seguito sui social media, con più di 200.000 followers da ogni parte del mondo. Non solo è entusiasta di poter leggere le ansie e le paure di tutti voi, dopo aver messo a nudo le sue, ma ci ha anche promesso che se tra i racconti vincitori ce ne fosse uno che la ispirerà particolarmente, disegnerà una vignetta appositamente su esso, e rigorosamente in inglese, in modo che possa essere apprezzato dal mondo intero.
Non credo che dobbiamo aggiungere altro, penne felici; buon lavoro!
Prendete una vostra ansia o paura e sublimatela su carta.

 

Caterina Costa
o meglio The Artist Known as CHEIT.JPG


Il nostro giudice d’onore di novembre è la fumettista italiana Caterina Costa, in arte Cheit.jpg.
Classe 1999, di Vigevano, ha iniziato a fare i primi fumetti a 18 anni, parlando nelle sue vignette delle proprie esperienze personali, ma anche affrontando temi legati alla salute mentale e alla sfera emotiva.
Oggi è una instagrammer e autrice di webcomics con più di 200.000 followers in ogni parte del mondo. È anche fresca di laurea, il luglio scorso, in illustrazione e animazione all’Istituto Europeo di Design a Milano.
Questo mese, precisamente l’11 novembre, uscirà in libreria il suo primo libro con più di metà delle strisce contenute inedite: “Io, i miei mostri e me”, pubblicato da Becco Giallo.
Sulla sua pagina Instagram la lingua di rito è l’inglese, ma se volete leggerla in italiano la trovate su Tomato Comics, un collettivo di fumettiste che dà voce al sentire femminile facendo i conti con le diverse sfaccettature del pubblico in rete.
“A volte mi sembra di riuscire a dire ciò che veramente penso o provo solo attraverso le mie vignette”.
Voi fatelo mettendo nella giusta fila le vostre parole, penne felici, Cheit.jpg vi aspetta!

 

PODIO DI NOVEMBRE 2021

Il nostro giudice d’onore di novembre si è definita “una giovane fumettista” quando si è trattato di scegliere il suo podio.  “Le mie decisioni sono state prese puramente di cuore! Io posso solo ringraziarvi per avermi permesso di collaborare con il vostro progetto. È stato davvero interessante leggere tutte queste storie così particolari e così belle in modi completamente diversi.”.
La redazione ha scelto i 10 racconti finalisti della giuria tecnica e Caterina ha fatto il resto. E che resto…
A voi il suo podio:

 

1° classificato: “L’onda anomala” di Virginia Coral

Mi è piaciuta molto la narrazione in prima persona con la quale è riuscita a far passare tutta l’ansia e la frenesia dei suoi pensieri. Anche il finale, con la calma ritrovata da un semplice sguardo, mi ha colpito molto. Bello, bello, bello!

 

Intervista alla nostra prima vincitrice, la Breve Scrittrice Felice di novembre 2021: Virginia Coral

La flash-fiction, ossia i racconti brevissimi, servono non solo per muovere i primi passi nell’ambito della scrittura creativa, ma anche per sperimentare stili, generi, registri diversi, una volta acquisita una certa manualità scrittoria. Nel breve si può osare, ci si può mettere alla prova, si possono scoprire alcuni trucchi o cose che funzionano sul foglio nel modo più veloce e allo stesso tempo compiuto possibile. Lo sappiamo che ve lo ripetiamo fino allo sfinimento, ma è solo perché ci crediamo e perché ci piace crogiolarci nell’idea che Breve Storia Felice non sia solo un nuovo format di concorso letterario attuale e divertente, ma anche utile.
Virginia Coral, la nostra Breve Scrittrice Felice 2020, scrive da una vita intera, il suo personalissimo stile, figlio della letteratura inglese del secolo scorso, che viveva di descrizioni magistrali del mondo esteriore ed interiore, è un ricamo minuzioso del nostro sentire fisico e metafisico sulla pagina, un pizzo laddove la letteratura odierna taglia a vivo il tessuto narrativo. Spesso Virginia si è domandata se avesse ancora senso, nell’era dell’Homo Videns che ha sostituito l’Homo Sapiens, una scrittura come la sua che descrive tutto come se fosse una prima volta, come se non esistessero – o comunque non fossero importanti – i social e quel continuo rigurgito visivo che semplifica e atrofizza il pensiero, levando peso alle migliaia di declinazioni personali che la stessa esperienza racchiude per ognuno di noi.
La verità è che quando si scrive, il come, il nostro come, è e deve restare più importante del chi e del cosa e del quando. E il come di Virginia Coral ha il pregio di farci evadere da un mondo che macina tempo per riportarci in un mondo che il tempo lo crea e lo dilata e lo pulisce per farcelo afferrare nella sua verità essenziale.
E Dio solo sa se una scrittura del genere è utile proprio al giorno e ai lettori d’oggi.
“Sono molto felice di questo primo posto sul podio, perché questa volta ho scritto le due pagine di getto, senza lavorarci per ore in modo ossessivo come faccio di solito. Il fatto poi di essere stata scelta da una famosa autrice di fumetti, genere letterario che adoro, è una notevole botta di autostima.
Il racconto è assolutamente autobiografico… Qualche giorno dopo quel sabato, mentre pensavo a come sviluppare la traccia di Brevestoriafelice, mi è tornato in mente l’episodio. Mi sono ricordata di come l’ansia e la rabbia per non essere riuscita a fare tutto quanto avevo pianificato mi avessero invaso, come una marea di petrolio inarrestabile, densa e distruttiva. E mi è tornata in mente l’aria tranquilla e ironica di un uomo che invece aveva tutto il diritto di essere furioso con il destino. Così ho cominciato a scrivere, senza riflettere, senza pesare le parole, ignorando le ripetizioni. Ho scritto per me, usando il foglio bianco come uno specchio che riflettesse una vecchia nemica e la mia incapacità di contrastarla.”.
Virginia ha tale e tanto savoir-faire sul foglio che pur scrivendo in modo del tutto nuovo, istintivo, più concitato, non ha mai perso la misura tra le righe. L’attacco d’ansia è diventato scelta stilistica, un incedere ansimante sul foglio che ha toccato il nostro giudice d’onore che vive di immagini e di social ma non è potuta restare indifferente all’affanno delle sue parole, al loro incresparsi e infrangersi sul punto finale, placandosi in sollievo. E tutto ciò è stato possibile grazie al “come” di Virginia, al controllo del non controllo. Alla sua fiducia nel lasciarsi andare e riprendersi sul foglio dopo anni in cui si è attenuta ad una coreografia studiata e riprovata assiduamente. Brava!

 

L’onda anomala” di Virginia

L’appuntamento davanti al cinema è alle 07:00. Che orario insensato. Troppo presto, devo fare tutto di corsa anche il sabato pomeriggio. Mi vesto al volo, mi trucco giusto per mascherare quell’incarnato grigio Milano. Un po’ di fard, un filo di matita sugli occhi. Va be’, tanto chi mi guarda?
Esco e chiudo a chiave la porta. Accidenti, la mascherina. Finirà questa storia, che palle! Rientro in casa, indosso quella maledetta pezza di carta azzurrognola e giù per le scale. Sono le 06:15. Prima di rilassarmi su una comoda poltrona nel buio della sala, devo passare dal ferramenta a comprare la lampadina a led, 22W. Da quando le vecchie care lampadine suono fuori commercio, non capisco più nulla. Forse solo un ingegnere riuscirebbe a decifrare quei dannati codici, w minuscola, W maiuscola, icone oscure. Domani mio figlio, laureato al Politecnico, verrà a montare la lampada a stelo Ikea. Poi cercherà di avvitare sul supporto quell’oggetto misterioso fatto di vetro e fili metallici. Speriamo che sia quello giusto. Con lui mi sento sempre sotto esame. E più mi agito e più sbaglio. “Mamma, ma quanto sei giurassica! Ma non vedi? È ovvio, no?”. No, non vedo e non è ovvio. E non ho frequentato il Politecnico. Io scrivo e tengo corsi, cose del tutto inutili parlando di illuminazione. Sì, forse ogni tanto illumino qualche mente, ma succede di rado.
Sono arrivata all’angolo di viale Montello, dai che ce la faccio. Davanti al negozio cinque persone in attesa. Da quando c’è il COVID, il ferramenta ha sbarrato l’ingresso, lasciando i clienti in strada ad aspettare il loro turno. Ma ti pare? È assurdo. Di sicuro è un no-vax. Spero che prima o poi fallisca. No, meglio di no, perché in zona non ci sono altri negozi di quel genere. Dove andrei a comprare le lampadine?
L’agitazione monta come la burrasca, aumentando il battito cardiaco. Sono in apnea. La maestra di yoga s’intrufola nella mia mente. Se mi vedesse ora mi prenderebbe a sberle. “Respirate, ragazze, riempite i polmoni.” – ci esorta a ogni lezione. Secondo me, vista l’aria di Milano, forse i polmoni sarebbe meglio svuotarli. Non gliel’ho mai detto per non sembrare quella che lavora contro.
Intanto sento avvicinarsi l’onda anomala. Forse riesco a bloccarla. Mi concentro sulle recensioni del film, sul trancio di pizza fumante dopo lo spettacolo e sulle piacevoli chiacchiere con le amiche. Non mi ha ancora sopraffatta, devo contrastarla. L’ansia è una vecchia nemica. La conosco bene. Sembra un sacchetto di sabbia legato in vita. Un cilicio che non ho scelto di portare. E dopo i suoi attacchi, ecco che compare il maledetto herpes. Già lo sento, serpeggia sotto la pelle disseminandola di bollicine diafane.
Mi metto in coda ansimando come un criceto che, mentre gira vorticosamente sulla ruota, vede avvicinarsi il muso di un gatto.
Sabato pre-ponte. C’è un solo commesso. Sta tagliando delle sbarre di alluminio per una signora con bambino e passeggino. Cosa se ne farà poi di quelle sbarre il sabato pomeriggio? Non poteva portare il bimbo al parco e passare lunedì? Sono le 06:25. Se va avanti così devo rinunciare.
Un sesto cliente arriva e chiede “Chi è l’ultimo?”. “Sono io”, rispondo con l’aria di chi è pronta allo scontro fisico piuttosto che farsi superare.
Davanti a me c’è un uomo in carrozzina. Due ragazzi gli cedono il posto: “Passi pure.” – dicono gentili.
“Grazie,” – risponde lui – “sta per piovere e stupidamente non ho portato l’ombrello. Vi ringrazio molto.”.
Incrocio il suo sguardo. È di una serenità disarmante. Lo osservo, tanto non ho nulla da fare in attesa che finisca il taglio di quelle maledette sbarre. Un bel viso su un corpo smagrito. Capelli mossi, mani lunghe e curate. Giacca blu e camicia chiara. La voce è morbida, di qualcuno abituato a tenere lezione. Forse insegnava in qualche college inglese.
Io al suo posto sarei inviperita col destino, col genere umano, col Padreterno. E anche con il ferramenta. Lui invece sembra in pace col mondo. Ci guarda con un’espressione bonaria, quasi ironica mentre noi tutti fissiamo l’orologio spazientiti. Sembra dire: “Perché vi agitate tanto? Il tempo scorre, i minuti sono troppo preziosi per bruciarli in una corsa a ostacoli senza premio finale. Assaporateli, come le gocce di un elisir, teneteli fra le labbra, come fareste con i piccoli sorsi di un Amaro del Capo tolto dal frigo.”.
Mi volto verso l’uomo dietro di me “Adesso è lei l’ultimo.” – dico sorridendo. Saluto tutti e mi incammino verso il cinema. La lampada Ikea aspetterà.

 

 

2° classificato: “Alzheimer” di Aldus X

È un tema che mi tocca personalmente, molto delicato e doloroso, ma in questo racconto se ne parla in modo dolce e poetico. Molto bello.

 

 

Intervista alla Secondo Classificato del contest di novembre 2021: Aldus X

“Le parole sono come raggi-x se le usi correttamente, attraversano tutto quanto.”, diceva Aldous Huxley, lo scrittore e filosofo britannico famoso per i suoi romanzi distopici e allo stesso tempo mistici a cavallo degli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, oltre che per i sui saggi sulla letteratura e la natura umana e per i suoi racconti di viaggio.
“Aldus X è il mio omaggio a lui. Voi siete giovani ma io sono stato giovane nell’immediato dopoguerra. Il Nuovo Mondo di Aldous Huxley mi ha attraversato come un raggio-x; noi avevamo solo i libri e io in quegli anni formativi ho avuto soprattutto Aldous. Mi sono innamorato della letteratura distopica, dell’abitudine ad immaginare altri mondi possibili, dell’esercizio a usare la mente in più modi, non solo per andare avanti con la vita concreta di tutti i giorni, ma anche per speculare su chi siamo, dove stiamo andando, sulle evoluzioni positive e le involuzioni parallele…”.
Nei suoi primi racconti per noi, più di anno fa, quella passione per una certa letteratura era fortemente presente: la lente distopica per raccontare il presente, il cinismo stemperato nella nostalgia di fondo, quel lessico freddo come la matematica che cerca di convogliare poesia con le immagini che racchiude e mai con la sontuosità delle parole, un linguaggio che non è né moderno né colloquiale, semmai pseudo-scientifico.
“Quei primi racconti erano forse più esercizi di stile che altro.  Era quasi mettere in pratica ciò che mi aveva insegnato Huxley nei suoi libri, nella sua letteratura. Mi è venuto naturale partire da lì. Poi altrettanto naturalmente è venuto fuori un mio stile più personale, meno Huxley, più Aldus X…”.
Gli raccontiamo che a cavallo dei suoi anni ’50 e ’60, soprattutto gli scrittori americani, si esercitavano alla scrittura creativa partendo dalle parole dei classici, degli scrittori famosi che li avevano preceduti, ricopiavano a mano le prime 10, 15 pagine di un libro di successo e poi procedevano con delle nuove parole, le loro. Era un modo come un altro di apprendimento dell’arte di scrivere. Persino Gertrude Stein lo consigliava a un tale Hemingway quando era in crisi, e ça va sans dire, Hemingway scientemente la ignorava.
“Dio, quanto avrei voluto essere presente alle discussioni di quei due sulla Lost Generation!”, ha esclamato Aldus X al telefono; adora Hemingway, soprattutto “Le Nevi del Kilimangiaro”, la raccolta di racconti che a suo dire ha rivoluzionato l’arte del racconto più di quanto abbia fatto chiunque altro dopo di lui.
“Il suo modo di scrivere secco, quasi tagliente, e con un’apparente assenza di trama, mi stregava da giovane e continua ad ammaliarmi adesso. Ti sembrano storie prive di struttura quando invece racchiudono in piccoli gesti stilistici e tecnici il tutto della scrittura.”.
Quanto ha ragione.
Noi a Breve Storia Felice abbiamo scelto la flash fiction come genere letterario dei nostri concorsi proprio in onore a Hemingway; la nostra medaglia d’argento di novembre gioca in casa.
Il luglio scorso il suo “Armageddon” ha rimediato la menzione d’onore e il rammarico della redazione per il suo mancato podio, uno squarcio di distopia che a posteriori ha letteralmente dato il via al nuovo Aldus X, quello più hemingwayano, che con pochi dettagli, e dei dialoghi così realistici da inchiodare il lettore su se stesso, attraversa più di mille descrizioni sfarzose o panegirici letterari.
“Anch’io mi sono reso conto che avevo virato. E mi è piaciuto il risultato, anche se per la maggior parte è stato frutto di un’evoluzione scrittoria quasi inconsapevole, per cui è difficile prendersi dei meriti.”.
È l’unica volta in cui non siamo d’accordo con Aldus. Se c’è un’evoluzione di cui ognuno si deve assumere tutti quanti i meriti, quella è proprio la crescita scrittoria. Sono meccanismi che lavorano in silenzio, nella linfa creativa di ciascuno di noi, e solo noi possiamo innescarli, con la fatica, l’applicazione, le prove costanti” e gli altrettanti fallimenti lungo il percorso.
“Alzheimer” è la summa raggiunta dopo un anno e mezzo di scrittura, una perla poetica di non detti che rimbombano tra la cassa toracica di chi legge, di dialoghi magistrali che sfiorano la magia della scrittura: quell’essenza nascosta delle cose che Italo Calvino ha insegnato nei suoi racconti a generazioni e generazioni di aspiranti scrittori.
Chapeau, Aldus X, ci hai commosso e smosso e ispirato in sole 540 parole di esattezza letteraria.

“Alzheimer” di Aldus X

Anche le nuvole a Roma sanno come disporsi al meglio nel cielo.
Sembra che qualcuno abbia loro insegnato l’Ikebana dei nembi, oppure che abbiano imparato da sole, da autodidatte, a furia di guardare giù e ammirare il bello.
Ci sarà un giorno, a breve, che guarderò su e non riuscirò nemmeno a ricordarmi come si chiamano. Disturberò Tommy al telefono e gli domanderò: “Tommy, come si chiamano quegli enormi batuffoli bianchi che campeggiano per aria?”
E lui con la pazienza di un monaco risponderà: “Nuvole, papà. E tu le hai dipinte meglio di chiunque altro nel novecento.”
Arriverà un giorno in cui non mi ricorderò neppure cosa vuol dire Ikebana, non riconoscerò i miei stessi quadri e farò fatica a comporre un numero sul telefono.
L’unica cosa di cui sono certo è che non dimenticherò mai come si prova un’emozione o come suona la voce di mio figlio.
l’Alzheimer mi porterà via tutto ma non loro due: le emozioni e Tommy.
Mi sono dimenticato la strada di casa ieri, ero passato in studio per controllare il dettaglio di un mio vecchio dipinto e mi sono perso lungo la via del ritorno.
“Tommy, sono in Via Roma, da che parte giro per tornare a casa?”
“Prendi Via Torino, arriva alla grande scalinata e poi curva a destra in Via Alberti.”
Ha una voce così calma, mio figlio, che placa ogni vortice del mio cuore bizzarro. Anche il suo vagito mi calmava, lo sentivo in piena notte e mi sembrava il canto di un volatile che poteva esistere solo sulle fronde dell’Eden.
Mi alzavo, lo ascoltavo per qualche minuto rapito e poi lo accarezzavo per addomesticarlo prima che volasse via da me.
“Papà sei arrivato?”
“Arrivato dove?”
“Credevo stessi tornando a casa?”
“Ah, ecco dove dovevo andare… Grazie Tommy.”
Quando mi hanno diagnosticato l’Alzheimer, la mia vita è crollata per terra come un bicchiere pieno che qualcuno aveva urtato per sbaglio alle mie spalle.
“Oddio Tommy e ora cosa faccio?”
“Tutto papà. Non hai mai fatto nulla a memoria, neppure il padre. Andrà tutto bene.”
Mio figlio è tutto ciò che io non sono mai stato: saggio, posato, razionale.
Io invece vivo di sensazioni, di impulsi di vita che so afferrare di getto, squarci di eterno che intravedo nel quotidiano e che mi fanno vibrare.
Non temo l’idea che la mia mente cancelli la mia abilità dei gesti davanti ad una tela, o raschi via un volto o un numero di telefono, temo che si porti via il piacere che ho per la vita, il gusto per l’attimo perfetto che non ritorna.
Se mi dimenticherò delle nuvole, se dovrò prendere appunti, prepararmi prima di fare anche la cosa più semplice, sarò sempre in fatale ritardo sulla felicità.
“Papà, sei arrivato a casa?”
“Tommy, devi venire in questa piazza adesso! C’è una nuvola sopra all’altare della patria a forma di qualcosa che non ricordo… È enorme e rossa. È qualcosa di irripetibile!”
“Papà è un cuore. Un enorme cuore violaceo.”
“E tu come lo sai?”
“Ho l’ufficio qui dietro papà, se guardo fuori dalla finestra vedo l’altare.”
“Tommy…”
“Sì papà…”
“Come si fa a dimenticare che forma ha l’amore?”
“Non so papà, forse sei troppo concentrato sul suo contenuto.”

 

3° classificato: “Insonnia” di Paco

Anche questo è un tema delicato, trattato in modo molto originale. La morte di un familiare che anziché restare solo tragedia si trasforma in un’opportunità di crescita, un messaggio davvero forte e molto toccante!

 

Intervista al Terzo Classificato del contest di novembre 2021: Paco

Paco ha iniziato a scrivere per noi nell’ottobre del 2019. C’era del fiuto per le storie, per come vanno afferrate nella mente e poi gettate sul foglio. Mancava però la tecnica, quella che lui nel suo mondo professionale chiamerebbe “know-how”.
“Sono sempre stato un avido lettore fin da piccolo e adesso sono un consumatore maniaco compulsivo di serie televisive. Adoro le trame e i riferimenti nascosti che credo di essere il solo ad afferrare. E poi adoro quei dialoghi che vuoi risentire per dieci volte di fila, fino a quando non li impari a memoria, convinto che possano cambiarti la giornata, in alcuni casi perfino la vita…”.
Paco non ci vuol rivelare la sua età, ci dice che non fa differenza; era già saggio e posato da piccolo e oggi come allora si concede di essere una persona differente solo nelle sue fantasie.
“Ho anche sempre sognato di diventare scrittore, uno alla James Ellroy per intenderci, capace di scaricare su foglio una gran quantità di cinismo, violenza e marciume esistenziale, facendola suonare dannatamente sexy…”.
E invece, quando ci ha scoperti per caso, ormai due anni fa, si è reso conto di non saperle neppure immaginare alcune cose, di ricadere inesorabilmente nei cliché degli altri e di detestarlo. La letteratura di genere può essere più approcciabile a volte, perché segue alcune caselle tecniche e di trama che si possono allenare, ma è anche vero che richiede una certa predisposizione al genere in questione.
“E poi come diceva mio padre: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Prima di voi il mio sogno di diventare scrittore era un semplice sogno, lo lasciavo lì, come un caffè di prima mattina, e me lo gustavo in quei primi 2 o 3 minuti del risveglio in cui possiamo sentirci chi vogliamo. Quando ho scritto il mio primo racconto per voi, quando mi sono finalmente sporcato le mani, ho scoperto quanto sia difficile scrivere un racconto. Non è come scrivere un tema a scuola, in cui basta azzeccare il contenuto e la grammatica. È tutt’altra bestia. Ho esitato fino all’ultimo prima di inviarvelo, perché mi vergognavo. Oggi mi dà persino fastidio rileggerlo. Era osceno.”.
Gli confessiamo che a marzo scorso, quando ci ha inviato il suo racconto “Liudmilla”, la redazione in coro ha votato subito per mandarlo in finale; il salto tecnico era lì in bella mostra sulla pagina e non poteva passare inosservato.
La principale dote che Paco ha quando scrive è proprio questa: non lascia mai indifferente, ogni sua storia merita di essere raccontata, di lievitare sotto la pelle di chi legge e restare dentro agli occhi con una vividezza che non si insegna, si possiede dalla nascita, punto e basta.
Il controllo, la manualità sono arrivate col tempo, con la pazienza, con 9 racconti inviati su cui ha sudato per ore, in alcuni casi anche per giorni, aggiungendo tentativo dopo tentativo un’abilità nuova: nel tratteggiare i personaggi, nei dialoghi, nell’incedere narrativo, nella capacità di scegliere cosa non mettere sul foglio per lasciare spazio anche al lettore di partecipare alla storia, nel registro che deve variare a seconda del racconto.
Con il suo racconto “Emma” del giugno scorso ha sfiorato il podio e il suo “Agorafobia” del mese scorso è ancora nella mente di tutti noi a Breve Storia Felice, i suoi due protagonisti post-beckettiani tra i meglio riusciti del 2021.
“Non sapete il piacere che mi faccia sentire queste parole. A settembre ero quasi deciso a lasciar perdere; non mi sembrava di peggiorare, ma neppure di migliorare. Un giorno ero convinto dei miei scritti, il giorno dopo, rileggendoli, mi sembravano schifezze. Poi mi sono venute in mente due storie e mi sono detto: raccontale. Era come se quei personaggi me lo chiedessero nel mio tempo libero. Un prurito che non sentivo da tanto.”.
Noi siamo oltremodo felici che Paco l’abbia “grattato” quel prurito; quanto ai dubbi esistenziali di chi scrive, ormai non ci facciamo più caso, ci preoccupiamo solo nel caso contrario.
Paco deve scappare al lavoro e a noi bastano e avanzano le storie meravigliose che ci ha regalato e che speriamo continuerà a regalarci.
“Un giorno spero di non usare più uno pseudonimo, mi piacerebbe avere quella faccia tosta lì, anche se credo che chi mi conosce, sia sul lavoro che non, potrebbe rimanere alquanto sorpreso da ciò che scrivo.”.

 

“Insonnia” di Paco
Chiuse gli occhi per un attimo.
Era stanco ma non voleva cedere alla notte come il resto del mondo. Un altro video, un’altra piccola notizia incamerata che sarebbe sbiadita da lì ad un anno ma lasciando un seme di sapere, una piccola briciolina da cui ripartire.
Si risvegliò 3 ore dopo, di pessimo umore.
Detestava dormire, doveva vivere per due da quando Nicola se n’era andato.
“Sandro, a che ora sei andato a dormire?… Hai una faccia…”
Anche lei aveva gli occhi cerchiati, ma quale mamma dorme dove aver perso un figlio?
“Ho guardato un documentario sulla Seconda Guerra Mondiale.”
Sua madre sorrise, Nicola, suo fratello, adorava i documentari storici, mentre Sandro si era sempre interessato solo a musica e sport.
“Sarebbe piaciuto a Nico?”
“L’ho guardato solo per quello.”
Odiava le mattine Sandro, gli inizi, quando non si è capito ancora se sarà un buon giorno oppure no. Se le cose gireranno nella nostra direzione o il vento ci soffierà contro.
Peggio di 3 mesi prima non poteva di certo andare. Nicola era uscito in motorino per fare prima e non era più tornato; un autobus l’aveva centrato in pieno passando per una via in cui di solito non passava mai.
Sandro aveva smesso di dormire una settimana dopo il funerale di suo fratello. L’aveva deciso a tavolino, anzi alla scrivania della camera di suo fratello maggiore che aveva ereditato senza volerlo.
Se avesse smesso di dormire poteva realizzare i suoi sogni, ma anche quelli di Nicola, essere se stesso di giorno e suo fratello la notte. Nicola aveva così tanti progetti, così tante passioni, alcune avrebbero potuto diventare le sue se solo avesse regalato loro del tempo.
Pian piano aveva scoperto di adorare la notte, quel tempo extra che ci manca sempre: per fare i compiti, per riaccompagnare una ragazza senza fare tardi a cena, per correggere gli errori, cucire le pezze.
La morte di Nicola era un errore impossibile da rimediare, ma a Sandro sembrava di ricucire uno strappo notte dopo notte.
“Tesoro, devi dormire di più. Il sonno è importante.”
“Non ho mai avuto così tanta energia mamma. È come se si fosse raddoppiata.”
Arrivava la sera e Sandro tornava felice, era l’ora della sua piccola magia, il momento in cui riportava in vita Nico a suo modo, saziando l’inesauribile sete di sapere che aveva suo fratello e che ora aveva ereditato lui assieme alla stanza più grossa, nutrendo il suo nuovo interesse per la storia, per i grandi inventori.
A Sandro non era mai interessato niente di quelle cose, lui viveva di fantacalcio e X-Factor; adesso passava ore a scoprire della diatriba tra Meucci e Bell.
“Hai studiato per oggi?”
“Se ho studiato? Tu non hai capito mamma… Io inventerò qualcosa di epocale.”
Sua mamma aveva sorriso.
“Sandro, non devi provare a essere lui, sai… A me piaci come sei.”
“A me invece piaceva Nicola.”

 

MENZIONI D’ONORE novembre 2021

La traccia di novembre obbligava a fare due cose: guardarsi dentro e confessarsi, oppure inventare di sana pianta rintracciando un trait d’union tra sé e il protagonista del proprio racconto. Entrambe non cose facili da fare se il tema da trattare è una paura interiore. Tecnicamente ne ha risentito il ritmo e il controllo narrativo o l’ingaggio emotivo di chi legge. Perciò abbiamo deciso di menzionare i racconti che hanno aggirato meglio questi inconvenienti, ognuno a proprio modo.
A voi i menzionati di novembre:

Ho Paura, Ma Ti Amo di Simone Merlo

 

Una poesia in prosa, un grido raccontato perché non si perda nell’aria. Pablo Neruda e Troisi ringraziano. Funziona per il coraggio di essere così tanto autentico su un foglio bianco.

Jerry Lewis di Cyrcle Bob

 

La paura del palcoscenico di un marine sotto shock poteva non riguardare nessuno, invece riguarda ognuno di noi perché oggigiorno viviamo tutti su un palcoscenico. Sapiente, incredibilmente ritmato e credibile.

Verde Speranza di Nadia A.

 

La paura di morire di una mamma raccontata come una medicina di parole che aiuta a vincerla. A volte sono le vostre storie a ricordarci perché abbiamo cominciato. Grazie.

GIURIA POPOLARE di NOVEMBRE 2021

 

Non c’è stato nulla da fare questo novembre per gli altri. Julietta, che con la sua rivisitazione del mito greco di Tanato ci ha raccontato la madre di tutte le paure umane: ossia quella della morte, ha sbancato la giuria popolare di questo mese sfiorando il record assoluto di like in un nostro contest. Ben 159! Al secondo posto Ilaria Rita Bianconi che con la sua prima partecipazione ad un nostro concorso strappa l’ultimo biglietto disponibile nel 2021 per partecipare gratuitamente al nostro sfidone di fine anno, l’All Star Contest, in cui il vincitore vede un proprio racconto trasformato in graphic-novel. Il suo “Ti sento” ottiene ben 51 like complessivi tra FB e IG. Onorevole la battaglia di “Bianco” di Anna B., che tratta poeticamente la paura di ogni scrittore di non saper più scrivere una singola parola vibrante sul foglio bianco; sfiora i 30 like anche un’altra new entry: Simone Merlo con la sua poesia in prosa interamente dedicata all’amore, “Ho paura, ma ti amo”, un in bilico di stile e sentire tra il tutto e il niente che si prova quando si ama.

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La partecipazione richiede un pagamento di 15€ e la registrazione al sito, che la prima volta avverrà in fase di checkout.

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