ottobre 2019

 

Ed anche questo mese è arrivato il momento delle premiazioni. Scrivere d’amore si è rivelato insidioso ed emozionante esattamente come viverlo, ma quando il gioco si fa duro… A voi i vincitori della giuria tecnica scelti personalmente dal nostro generoso giudice Annalisa De Simone!

Il Breve Scrittore Felice di settembre è Ste con il suo racconto Draghi”

 

Sembra facile, ma non lo è. Scrivere un dialogo credibile, attraverso il quale riconoscere alcuni tratti di chi parla – un dialogo pieno di ritmo, poi –, è una sfida che alle prime armi si finisce spesso per perdere. Complimenti, anche per aver tentato il campo minato dell’ironia. Un consiglio: il punto esclamativo segnala un tono di enfasi quando è lì, solo soletto. Non ne servono due, tre, quattro schierati in fila!

 

 

Intervista al nostro primo vincitore, la Breve Scrittrice Felice di ottobre: Ste

“Quando ho visto che Annalisa De Simone aveva scelto Draghi, ho gridato: HO VINTO, HO VINTO IO!”.
Ste, alle spalle, ha una vita densa, senza vie di mezzo, senza non detti o non fatti, accolta a braccia aperte, a musi duri, a sorrisi, e sbagli, e conquiste, e slanci e risate. Eppure, ogni volta che parla, a noi viene in mente una sola cosa: la frase celebre con cui Picasso ha messo tutti a tacere davanti ai suoi quadri cubisti.
“Ci ho messo una vita intera a diventare un bambino.”.
Ste non aveva mai scritto niente prima di Breve Storia Felice, niente prima di quattro lezioni di scrittura creativa tenute all’inizio di quest’anno con il docente scrittore e attore Luca Chieregato.
Non è estranea alla creatività, però. È una grafica affermata e il mondo lo ha raccontato per anni attraverso le immagini. “La mia forma mentale produce visioni, è sempre stato così. Mi sono iscritta a un corso di scrittura per scoprire se ero in grado di esprimere il mio dentro e il mio fuori anche a parole.”.
Draghi è nato di getto, come tutto ciò in cui si cimenta adesso davanti al foglio bianco, un flusso di coscienza inarrestabile a cui sistema solo la punteggiatura e alcuni dettagli per il timore di essere fraintesa.
“Ero indecisa sul chiamare la mia paura interiore semplicemente: Paura. Avevo chiamato la speranza: Hope; cercavo un nome simile. Ero sicura di una cosa: volevo che avesse un nome femminile. Dopo un’ora ho lasciato Paura.”.
Chiamatele sottigliezze da grafica, o abitudine alle scelte estetiche; scrivere ruota attorno ai lembi e alle pieghe del mondo, chi riesce a raccontarli come se fossero il centro dell’universo ha vinto.
Forse è per questo che Ste adora Niccolò Ammaniti, perché quando descrive i pensieri confusi nella tesa di un personaggio, lui li paragona a ravioli che vengono a galla in una pentola che bolle.
“Sono nata con Stephen King in mano; ho letto tutto quello che ha scritto. Poi è arrivato Ammaniti. Sono loro i miei punti di riferimento. Tutto attorno il magma di mille letture di ogni genere e livello.”
Ste è una veterana di Breve Storia Felice, ha partecipato al nostro primo contest e non si è più fermata; dice che si è aperta una finestra nella sua mente e non riesce più a chiuderla, lo dice a metà tra la sorpresa e la soddisfazione.
“Non ho scritto prima perché pensavo di non esserne capace, e invece chi ha letto i miei racconti ha visto quello che vedevo io mentre li scrivevo. Questa cosa mi gratifica. E poi scrivere mi aiuta a chiarirmi, a tirar fuori da sotto il tappeto cose che avevo infilato per non volerle guardare alla luce.”.
C’è una sola cosa che la frena quando si siede davanti alla tastiera: la paura di essere banale, di non stupire il lettore, di non tenerlo inchiodato dalla prima all’ultima riga. Alzi la mano lo scrittore che non ha mai provato lo stesso timore.
“Forse il contest sull’amore era difficile proprio per questo. Perché c’era il rischio altissimo di risultare scontati, prevedibili. Per tale motivo ho amato particolarmente L’amore ai tempi della tastiera di Stefano Palumbo, perché mi ha sorpresa, perché ha parlato di un amore non amore, di una relazione virtuale che condiziona la carne più della carne stessa…
E poi mi è piaciuto Ruoli di Gab, perché molti racconti questo ottobre hanno galleggiato in superficie, il suo ha saputo sondare gli abissi dell’argomento.”.
Così succede quando si diventa bambini: ci si butta in acqua per toccare il fondo, per scoprire se ci riesce di portare un pezzettino di quel mondo sommerso a casa.
Questo è stato finora il 2019 di Ste: una rinascita piene di stelle marine nelle tasche e sui fogli.

DRAGHI di Ste

– Daniiiiii! Ti sta suonando il telefono!
– Sì, lo so, è Fabio. Finisco di fare pipì e lo richiamo.
– Come fai a sapere che è Fabio?
– Ha la suoneria personalizzata.
– Ma non è la sigla di Capitan Harlock?
– Esatto, lo guardavamo sempre insieme.
“Fabio? Mi hai chiamato? […] Sì, sto bene, ma dimmi, che sto uscendo […] Ma che te frega dove sto andando! Sto uscendo! […] Mercoledì sera? No, non mi sembra, perché? […] Un tuo amico? E chi è? […] Dai Fabio smettila, ma perché continui a presentarmi gente, non ho voglia! […] Sì, ho capito, anche l’altra volta hai detto che era diverso, che questo era perfetto per me. E poi mi sono trovata davanti uno lungo che si ammazzava di trekking e che non ha smesso un attimo di parlare della sua squadra di cricket e di quanto Salvini facesse bene all’Italia. Ma che idea hai di ‘perfetto per me’? […] Spiritoso, oh fai un sacco ridere oggi, adesso non è che perché io ho la sensibilità di una zucchina lessa nel capire se mi pigliano per il culo o no, sei autorizzato all’ironia! […] Sì, ok, che pressa che sei, va bene, però è l’ultima volta, ti prego poi basta: ci vediamo mercoledì. Alle 20. Solito posto, ok?”
– Ciao!
– Ciao Fabio, ma il tuo amico? E quei fiori? Per me? Perché mi hai portato dei fiori? L’ultima volta che mi hai regalato qualcosa era una lucertola che avevi catturato con la fionda. Ricordo che mentre me la davi è arrivata tua madre che ti ha soffiato il naso…
Attenta, attenta, attenta!!
– E questa chi è?
– Una, dice di essere una mia amica dalle elementari, ma che io non me la sono mai filata tanto. Da un anno a questa parte ogni volta che esco con un uomo me la ritrovo seduta di fianco!
Paura, Fabio. Fabio, Paura.
Adesso mi spieghi perché non c’è il tuo amico e tu hai un mazzo di fiori in mano?
– Ecco Dany, io ci ho pensato… pensato tanto…
– Ecco cosa era quel fumo l’altra sera…
– Smettila, fammi parlare, non è facile.
Attenta, attenta, attenta!
– Ancora lei? E smettila anche tu, ma dove lavori? Alla Beghelli? Dicevo, ho pensato che se io son solo e tu sei sola, un motivo ci sarà…
– A voglia!! Anche più di uno, ma continuo a non capire.
– Che novità… scherzo. Ti racconto una cosa: l’altro pomeriggio ero a caccia di draghi in un bosco…
– Mente! Sta mentendo!
– Impossibile, Fabio non mi ha mai mentito.
– Eccolo qui l’istinto della zucchina lessa… I draghi?…
– Se Fabio dice che era a caccia di draghi, era a caccia di draghi!!!
– Scusala Fabio, vai avanti.
– Ecco, sì, stavo camminando in mezzo ai cespugli e ad un certo punto è spuntato il drago più grande che avessi mai visto in vita mia, mi ha guardato e… sì, insomma … oddio è difficile da dire… e aveva i tuoi occhi!
Oddio ragazzi che corsa!!! Non trovavo parcheggio!! Eccomi!
– E lei chi è?
– Elementari pure lei, dice che la inseguivo sempre. Lei un po’ me la ricordo…
Hope, Fabio. Fabio, Hope!
Vai avanti.
– Sempre più difficile eh? Dicevo: occhi uguali ai tuoi, e allora ho avuto un’illuminazione, e ho capito tutto, ho capito che se mentre stavo per morire vedevo i tuoi occhi dovevo anche vivere per i tuoi occhi… Io ti amo Dany… ti amo da sempre.
– Ommioddio!!! Mi sono commossa, ma è stupendo!! Divano, film, abbracciati, per sempre!! Amici, vacanze, coccole, taaaantissime coccole! Per sempre!!
– Taci Hope! Mi viene da vomitare, ma sei scema? Ma questo sta raccontando un mucchio di cazzate… Occhi… Draghi …Bosco… Ma veramente gli credi? Sei proprio una cretina bionda, ma cosa metti in testa a ‘sta poveretta!
– Io sarò una cretina bionda, ma a darti retta non si va da nessuna parte! Cara la mia zavorra castana!
– Ooooh ma volete stare zitte! Ecchecazzo! Sono qui eh?
Fabio, sono confusa, e ste due mi hanno messo un gran casino in testa. Non me l’aspettavo e non so che dire… Ho l’ansia. Devo andare, no, loro vengono con me. Ti chiamo domani, o dopodomani, sì insomma ti chiamo io, dammi tempo, ci penso, ok? Ci penso.
– Contenta? Hai rovinato tutto!! Guardala come è sconvolta!! Colpa tua!!!
– Boh sì, un po’ sono soddisfatta… Almeno stavolta ha detto che per qualche ora ci pensa.

Il secondo classificato è Luke Skywalker con “Michela”.

Fra le varie definizioni di tempo, gli antichi greci chiamavano Kairos il momento opportuno, quel tempo supremo in cui tutto può risolversi come dovrebbe. In italiano, non esiste una parola che riesca a tradurre un concetto così bello, struggente e intransigente. Ma esiste la possibilità di raccontare ciò che Kairos include ed esclude. E tu lo hai fatto.

 

Intervista al Secondo Classificato del contest di ottobre:  Luke Skywalker

Luke Skywalker non combatte la Morte Nera, ma cerca comunque di azzerare il numero delle morti bianche vendendo caschi, guanti, scarponi e attrezzature antinfortunistiche in giro per il mondo. Non ha mai avuto velleità da scrittore, non si è mai sentito all’altezza; anzi, detesta quelli che, parlando di sé, se ne escono con la classica frase: “Dovrei scrivere un libro sulla mia vita”.
“I romanzi sono cose per professionisti, a noi spetta tutt’altro compito: quello di crescere come lettori.”.
Luke Skywalker è partito con la fantascienza di Asimov, quand’era ragazzino, per poi passare alla letteratura di genere, soprattutto gialli e noir.
A un certo punto, consigliato da un collega tedesco, si è invaghito del detective Hole di Joe Nesbø, una passione intensa e brevissima che lo ha riportato indietro alla fiction pura.
“Le trame erano troppo ripetitive, alla fine mi sono stufato. Leggete Il Pipistrello e fermatevi lì. Se vi piace il genere poliziesco è meglio il buon vecchio Steve Berry. Molto meno splatter, molta più trama.”.
Il nostro Jedi non è un tipo che ha bisogno di molte parole per esistere, anzi, quelle buttate lì tanto per riempire un silenzio le considera l’ennesima occasione persa per ragionare prima di parlare.
È per questo che adora i libri: perché non c’è nessuno che interrompe i suoi pensieri, nessuno che pretende una risposta, nessuno a cui doverne una per forza.
E poi i libri riescono a portarlo dentro a mondi che lui non si permetterebbe mai di creare nella sua testa. I fatti devono sempre avere la precedenza.
Adesso c’è uno scrittore che legge religiosamente: Haruki Murakami.
Ha praticamente divorato ogni suo libro e, da quando non ha più “arretrati”, si segna in agenda la data di uscita della nuova fatica annuale della penna giapponese e corre a ordinarne una copia.
“Mi piace quell’atmosfera a metà tra sogno e realtà. Mi piace che sia sempre tutto imprevedibile e allo stesso tempo credibile…”.
Quando ha sentito parlare di concorsi di flash-fiction, pur essendo a digiuno di scrittura, ha subito pensato che potesse essere divertente.
“Ho usato uno pseudonimo perché sono uno Jedi…” – ci ha detto ridendo, poi ci ha spiegato il vero motivo.
“In realtà mi sembra corretto. Io ho vissuto questo concorso come un divertissement. Il mio nome e cognome lo utilizzerei solo se avessi reali velleità da scrittore. Invece a me piace il mio lavoro. Breve Storia Felice è un semplice svago.”.
Ha pensato a qualcosa che fosse nelle sue corde per un giorno soltanto e poi ha scritto di getto.
“Non posso avere un metodo. Non ho mai scritto. Ho messo insieme delle esperienze passate con momenti speciali della mia vita di adesso e poi, senza che me ne rendessi conto, mi è venuta in mente la canzone di De Gregori. La leva calcistica del ’68. Ho riadattato il mio testo per citarne qualche strofa e mi sono accorto che riusciva a dare ritmo al mio racconto. Così sono stato in grado di arrivare alla fine. E mi sono sentito anche soddisfatto. Quella canzone e quei piccoli momenti impressi nella “Grotta’ sono tra i miei preferiti in assoluto.”.
Ogni storia, diceva qualcuno, deve avere la sua colonna sonora. Luke Skywalker è riuscito a scrivere il suo primo racconto a 48 anni perché gli ha regalato la sua canzone speciale.

 

MICHELA di Luke Skywalker 

Ecco, sono quasi pronto…
Giacca blu, pantaloni grigi e quella cravatta Marinella che mi ha sempre portato fortuna.
Me l’ha regalata Lei per la mia laurea, l’ho trattata con una cura che definire maniacale é un eufemismo.
Forse avrei dovuto indossarla più spesso anziché tenerla nel cassetto per paura di rovinarla.
Che idea balzana che ho avuto.
Eppure ci ho pensato tanto, anche troppo.
Dal primo giorno che l’ho vista mi sono innamorato di Michela, un colpo di fulmine che si é trasformato in una serie infinita di stagioni dei monsoni.
L’ho persino accompagnata all’altare, per sposare quello stronzo di Luigi che non se la meritava proprio.
Ci sono sempre stato per Lei, e Michela c’é sempre stata per me.
Beh, se ci fosse davvero “stata” non saremmo arrivati a questo punto.
Gli anni dell’università sono stati i più difficili.
La gelosia non mi é mai appartenuta ma un senso di infinita perdita mi accompagnava ogni volta che la vedevo flirtare con il belloccio di turno.
Dio salvi la birra e la voglia di fare del bene delle mie compagne di corso emiliane.
Almeno da sposata la sapevo con un solo uomo, stronzo ma sempre uno solo.
Ma perché le ragazze splendide si innamorano sempre del bullo di turno?
C’ero quel giorno che é nato Luca, credo anche di essere stato io il primo a vederlo.
Come era felice Michela, aveva un sorriso che illuminava la stanza.
Poi lo stronzo ha pensato bene di divertirsi con la segretaria, il classico epilogo per un dirigente mediocre e senza alcun senso di responsabilità.
Lei l’avrebbe anche perdonato ma Luigi é stato cosi imbecille che si é pure innamorato di quella tettona.
La spalla che si é intrisa di lacrime ovviamente la mia, e di chi altri poteva essere?
Non lo voglio più vedere mi ha ripetuto come un mantra per settimane.
In effetti Luigi é sparito nel nulla, solo gli assegni sono arrivati puntuali.
E ora siamo arrivati al dunque.
Il biglietto l’ho fatto scrivere ad un ragazzo che ho importunato al bar.
Sono un genio del male, la mia calligrafia l’avrebbe riconosciuta immediatamente.
Infilarlo nella sua borsa é stato un gioco da ragazzi, come inaspettatamente semplice convicerla ad accettare quell’invito misterioso.
Inutile guardami ancora allo specchio, tanto non é il mio aspetto quello che conta.
Prendo l’ascensore, scendo in strada e cerco un taxi.
Il ristorante é stato il tocco di classe, una stella Michelin sfuggita immeritatamente e la miglior vista sulla città che si possa immaginare.
Ho fatto in modo che sul tavolo ci fosse un mazzo di tulipani gialli, i suoi fiori preferiti da quella volta che visitammo Amsterdam vent’anni fa.
Il Romanée-Saint-Vivant nel decanter aspetta solo di tuffarsi nei bicchieri gran cru che ho dato personalmente ieri al maitre.
Sono arrivato, il mio quarto d’ora di ritardo é basato sulla sua puntualità cronica.
Prima di entrare però ho bisogno di controllare, non vorrei che per una volta nella vita arrivasse in ritardo.
Come un perfetto agente di sua Maestà, mi apposto dietro all’angolo ed individuo il tavolo che ho accuratamente scelto nel lato migliore della sala.
É elegantissima, ora sì che sono emozionato.
Entro nel locale, m’incammino nel corridoio e con un sorriso ebete stampato sul viso sbuco nella sala.
E mi fermo, anzi praticamente inciampo e mi accingo a fare retromarcia.
Michela é al tavolo che sorride mentre si accarezza i capelli.
Ma non sono io ad avere attirato la sua attenzione.
É quello stronzo di Luigi che non so per quale cazzo di motivo é seduto di fronte a Lei.
E stanno pure brindando con la mia bottiglia a tre cifre.
Sono uno sfigato, non l’avro’ mai.

Il terzo classificato è Maggy 84 con “Arance

Sono entrambi ai margini di qualcosa, i protagonisti che metti in scena. Come tutti, in modi diversi, in modi uguali. Se mi piace leggere – e scrivere –, è perché difronte al ciglio di qualcun’altro mi sento più al centro di me stessa, meno sola, umana. È qui, la forza del tuo racconto.

Intervista al Terzo Classificato del contest di ottobre: Maggy 84

A Maggy piace aiutare il prossimo, soprattutto quando è fragile, quando è più indifeso.
Ha dedicato i suoi studi a questo, e poi la sua vita lavorativa, anche se non le va di parlarne perché le parole servono per fare del bene, non per prendersi dei meriti.
Il suo racconto non ha niente di personale, assomiglia di più ad un graffito di Banksy, che porta un messaggio al mondo e non una firma. E il messaggio per Maggy è sempre lo stesso: “Stiamoci accanto. Anche in silenzio, ma accanto. Porgiamo una mano a qualcuno che è a terra. Guardiamoci negli occhi; lasciamo che siano loro a parlare al posto nostro”.
Se ognuno di noi fosse capace di innamorarsi di gesti muti, di attimi irripetibili ripetuti nel tempo e non di un viso che nasconde un passato e che pretende o promette un futuro, il mondo sarebbe un posto migliore.
“Con gli animali è più semplice, con loro l’amore è addomesticamento, non ha niente a che vedere con proiezioni di felicità o equazioni tra anime gemelle che devono a tutti i costi tornare… Mi piace immaginare che l’amore tra noi umani possa essere simile, fatto di presenza, di tempo indeterminato, di segreti svelati a poco a poco perché nessuno può nascondersi per sempre.”
Non ha studiato scrittura, o seguito corsi, aveva semplicemente qualcosa da dire sull’argomento.
Un suo caro amico le ha girato il link al contest di Breve Storia Felice per prenderla in giro e lei si è gettata perché fuori pioveva.
“A volte mi capita così, mi sento di fare una cosa e la faccio subito, perché se poi ci ripenso va a finire che trovo venti motivi per lasciar perdere. E non mi va di ripetere gli stessi meccanismi per sempre come fanno gli orologi. Loro devono dirci l’ora esatta, ma io posso permettermi di sbagliare. Tutti dovremmo poterci sentire liberi di sbagliare, di fare schifo in qualcosa ma di volerci provare lo stesso.”
In un pomeriggio di pioggia e pensieri è nato “Arance”.
“E mi sono emozionata come mai avrei creduto. Scrivere quella storia di cura reciproca mi ha fatto venir voglia di fare un viaggio da sola, di avere meno pregiudizi e di farmi nuove abitudini. Come quando torni da una vacanza piena di buoni propositi. Ecco, scrivere un racconto è come tornare da una vacanza che ti ha dato la carica. Mi sa che devo offrire una cena all’amico che mi ha girato il vostro link. Ma tranquilli, nessun appuntamento al buio.”.
Maggy legge di tutto, dalle “porcate commerciali”, ai romanzi impegnati.
Il suo libro preferito è probabilmente “Il Piccolo Principe”, ma ci tiene a consigliare a tutti un romanzo che ha appena divorato: “La formula del cuore” di Catherine Ryan Hyde.
“Se sapessi scrivere veramente, questo è il libro che avrei voluto pubblicare… Parla di un bambino molto dotato che per un compito in classe di scienze umane inventa la formula del cuore. Ognuno deve aiutare tre persone senza pretendere nulla in cambio, se non la promessa che a loro volta aiuteranno altre tre persone a testa e così via. Ciò innescherebbe una catena infinita di buone azioni in tutto il mondo senza bisogno di soldi, di governi o di trattati di pace…”.
Tra i racconti in gara ha amato particolarmente Cajkovskij in the jungle di Isa-B e La Procura di Donniebrasco.
Non sa se parteciperà ancora ad un altro contest; il lavoro la impegna e sarebbe il caso che smettesse di piovere. Maggy ride, ci racconta che è una romantica, che se mai parteciperà ad un nuovo concorso scriverà un altro lieto fine. “Ne abbiamo tutti bisogno di questi tempi, e invece ci ostiniamo a leggere e guardare storie infinitamente tristi.”. 

ARANCE di Maggy 84
“Appena esco, voglio che mi trovi una tipa con cui spassarmela, una qualunque… Sono tre anni che non sto con una donna.”.
Avevo sentito il cuore gonfiarsi sotto al camice e la mia mano tremare.
“Ahia… Vuoi uccidermi proprio adesso che sto per rinascere?!”.
Non so perché mi senta così ogni volta che io e lui ci troviamo nella stessa stanza; so solo che mi sembra di avere ancora quindici anni e di dover imparare tutto da capo.
Mia madre mi ha sempre accusato di avere la sindrome della crocerossina, di raccogliere per strada uomini pieni zeppi di problemi come se fossero gattini da addomesticare; ma questa volta è diverso, questa volta non l’ho raccolto dalla strada, l’ho fatto evadere dalla cella grigia di una prigione, una carie alla volta.
Sono una dentista e due anni fa ho accettato di curare i carcerati che hanno problemi ai denti.
Lui è stato il mio primo paziente: aveva un brutto ascesso trascurato e due premolari da devitalizzare.
Pensavo che avrei avuto paura, che quando si fosse seduto sulla poltrona reclinabile non sarei riuscita a concentrarmi perché avrei pensato al crimine per cui si trovava lì dentro. E invece è andata del tutto diversamente.
È rimasto zitto, senza gemere neppure quando il dolore doveva essere insopportabile. E alla fine mi ha sorriso.
Ogni settimana gli applicavo un’otturazione, o gli medicavo infiammazioni alle gengive e piano piano siamo diventati amici.
Ha sparato a un uomo, lui dice per legittima difesa, e io gli credo. Io gli ho raccontato del mio secondo divorzio e lui ha sussurrato: “Coglioni”.
“Chi?”
“I tuoi ex-mariti.”
Mi piace che parli sempre a bassa voce, e lentamente, che possiamo stare un’ora intera senza parlare, a fissarci negli occhi mentre le mie mani sono nella sua bocca, e poi dirci tutto sulla porta, nei due minuti che ci separano dall’arrivo della guardia penitenziaria.
“Domani ti porto le arance del mio giardino, faranno bene alle tue gengive.”
“Le mangerò immaginandomelo. Ci scommetto che è pieno di fiori viola…
“Sì, è esattamente così. Come hai fatto?”
“Perché mi curi da circa sei mesi e non c’è mai stato un giorno in cui non indossassi qualcosa di viola. Hai perfino la montatura degli occhiali viola.”
Non saprei più vivere senza questi nostri brevi scambi di attenzioni reciproche.
Si accorge quando sono turbata, quando sono felice, quando sto pensando ad altro mentre gli trapano un molare, o se ho mal di testa proprio sopra agli occhi.
Mi scruta immobile sdraiato sotto di me e mi porta altrove con poche parole pronunciate piano.
“Uscirò tra due settimane.” – mi ha confidato ieri – “ma non ho fatto i salti di gioia quando me l’hanno comunicato, perché in realtà sono due anni che mi porti via da quella dannata cella prendendoti cura di me.”
Ho trattenuto le lacrime fino a quando la porta non si è chiusa del tutto, poi sono scoppiata a piangere di gioia.
Gli ho detto la prima bugia oggi, e ho sentito le guance arrossarsi.
“C’è una mia amica che… Diciamo, non si fa problemi ad andare con uomini che non conosce.”
“Come si chiama?”
“… Lydia.”
Che follia: Lydia non esiste, Lydia sono io. Mi presenterò a cena, la sera della sua scarcerazione, e tornerò a dirgli la verità.
Sono entrata nel ristorante una settimana dopo la nostra ultima visita dentistica in carcere e mi ha sorriso. Non ha aperto bocca per cinque minuti, i cinque minuti più belli della mia vita.
“Lydia non viene?”.
“Lydia non esiste, Lydia sono io.”
Per la prima volta mi ha guardato furibondo, ho intravisto lo sguardo di un uomo capace di uccidere.
“Sei arrabbiato?”
“Sono deluso, è diverso.”
Ho deglutito e poi ho sfiorato la sua mano, per ritrovare l’uomo di cui mi sono innamorata, l’uomo che io ho fatto rinascere una carie alla volta. Come mi ha detto lui un anno fa.
“Non posso più essere tua amica, non lo sono mai stata. Quale amica recide arance dalla propria pianta ogni settimana, le strofina fino a farle brillare e le porta in prigione ad un uomo? …”
“La migliore.” – mi ha risposto e ha sorriso di nuovo, come la prima volta.
Poi è stato lui ha riportarmi in vita. Ha estratto dallo zaino una sciarpa viola e me l’ha appoggiata sulle spalle.
“Sognavo che Lydia fossi tu. Ma speravo anche che non lo fossi perché non sono alla tua altezza.”

MENZIONI D’ONORE

LA PROCURA di Donniebrasco
Perché è il racconto preferito dalla redazione a mani basse. Perché l’espediente del racconto dentro al racconto è stra-abusato, ma in questo caso funziona alla perfezione. Perché potrebbe essere un film di Wong Kar-wai e invece è un racconto uscito col buco.

 

RUOLI di Gab
Perché è un gioiello minuscolo con tanto di carati. Una vera storia di amore e amicizia incisa su un chicco di riso. Le ultime 8 righe sono un trattato di esattezza emotiva.

 

L’AMORE AI TEMPI DELLA TASTIERA  di Stefano Palumbo
Perché è onirico pur essendo inesorabilmente realistico, al limite di una premonizione 2.0
E perché i finali sono 9 volte su 10 ciò che fa o disfa un racconto. In questo caso c’è pure il fiocco e la carta regalo.



I VINCITORI DELLA GIURIA POPOLARE
ossia i due racconti che hanno ottenuto il numero più alto di like combinando i voti di Facebook e quelli di Instagram

 

1° Mister Hugo di Alice Blu con 22 voti (12 FB Like + 20 ❤ Instagram)
Si aggiudica il Premio Social di BSF: “La Clessidrona da 2 ore”  


2° L’AMORE AI TEMPI DELLA TASTIERA  di Stefano Palumbo con 17 voti (15 FB Like + 2 ❤)

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